Altrabenevento: “Ora si indaghi sulla provenienza dell’inquinante”. E incassa la collaborazione della Gesesa

La conferenza stampa di Altrabenevento ha siglato una pax (è presto per dire quanto duratura) tra Gesesa e l’associazione che il 28 novembre scorso diede notizia di uno studio ARPAC  sulla presenza di Tetracloroetilene nel pozzo di Pezzapiana.

Ieri il presidente della società che gestisce il servizio idrico in città,  Luigi Abbate, era non solo presente alla conferenza, ma ha anche preso la parola per evidenziare l’assenza di “una contrapposizione” perché “abbiamo interesse affinché si faccia chiarezza sulla questione posta da Altrabenevento“. E’ questo il primo risultato che l’associazione presieduta da Gabriele Corona può portare a casa.

A caldo, sia il Comune di Benevento e la Gesesa avevano risposto annunciando addirittura querele per “procurato allarme” limitandosi ad assicurare che l’acqua è potabile.

Ma quel “tutto e a posto” (“Ritornello ascoltato varie volte anche a proposito della mensa scolastica, poi definita dalla Procura della Repubblica, mensa degli orrori“, ha sottolineato Corona) non era sembrata una risposta esaustiva e responsabile. “Arpac – ha spiegato Corona – studia il caso Tetracloroetilene da 12 anni. Ma la società del servizio idrico si limita a sostenere che si tratta di tracce molto al di sotto del limite di 10 microgrammi per litro in verità riferito a Tetracloroetilene+Tricloroetilene per la potabilità cioè in superficie”-

Ma che cos’è il Tetracloroetilene: è un inquinante molto pericoloso, usato per lavaggi a secco o per diversi trattamenti dei metalli e dall’industria alimentare per alcune lavorazioni, ne basta pochissimo per creare danni consistenti alla falda (per questo viene misurato in milionesimo di grammo). E’ considerato “potenziale cancerogeno”.

Un decreto legislativo del 2009  prevede che il valore soglia del tetracloroetilene nelle ACQUE PROFONDE non deve superare 1,1 microgrammo/litro perché quell’inquinante in assenza di luce si trasforma in sostanze ancora più pericolose.

Il punto, dunque, è non solo la quantità di Tetracloroetilene presente nei due pozzi, entrambi situati nella parte bassa della città, ma anche l’origine della sostanza. 

Corona ha ricordato che tra il 2003 e il 2004 nel pozzo Mazzoni la soglia raggiunta era di 4,1; ad ottobre 2004 da una rilevazione compiuta da Arpac non risulta più alcuna traccia della sostanza inquinante. Il Tetracloroetilene riemerge pochi anni dopo. Nessuno però in quegli anni indaga sulla causa dell’improvvisa scomparsa e poi sull’improvviso riaffioramento del Tetracloroetilene.

“Secondo l’Arpac l’inquinante deriverebbe dall’uso che se ne fa per la pulizia dei binari“, racconta Corona, che, però, aggiunge un particolare: “Un operaio addetto alla pulizia delle carrozze dei treni ha segnalato alla procura che il lavaggio avviene in dispregio delle norme di legge. L’uomo viene licenziato, ma la questione resta irrisolta. L’Arpac continua a sostenere che l’inquinante si concentra soprattutto nel pozzo di Pezzapiana, mentre in realtà è più presente nella falda di campo Mazzoni, che alimenta il Rione Libertà e che non è vicino all’area ferroviaria”.

Il dubbio che aleggia è, dunque, che ci sia qualche stabilimento industriale che faccia un cattivo uso di Tetracloroetilene. 

“Bisogna quindi accertare la provenienza e bonificare il sito per evitare pericoli per la salute”, tuona Corona.

“Dagli ultimi esami della ASL diffusi dal Comune  – spiega Corona affiancato da Sandra Sandrucci e da Enzo Fioretti – risulta che il tetracloroetilene trovato nell’acqua del pozzo di Pezzapiana è di 0,7 microgrami/litro mentre nell’acqua proveniente da pozzo di Campo Mazzoni sono stati trovati 1,1 milligrammi litro. Quindi Campo Mazzoni adesso presenta quantitativi maggiori del pericoloso inquinante.

Sui soggetti a cui toccherà indagare non ci sono dubbi: spetterà al Comune di Benevento, alla Gesesa, all’Asl e all’Arpac in raccordo tra loro, ciascuno per le proprie competenze, capire da dove ha origine l’inquinante finito sotto accusa.

Siamo pronti al confronto civile”, ha detto Abbate, non senza aggiungere una nota polemica: “Non credo però che sia giusto instillare dubbi nei cittadini o provocare una psicosi collettiva. Oggi si scoprono tutti acquaioli, così come dopo il crollo del ponte di Genova si sono svegliati tutti ingegneri. L’acqua è potabile“. “E certo che è potabile, altrimenti sareste stati tutti arrestati”, risponde caustico Corona. “Noi non vogliamo innescare una guerra alle soglie, ma c’è bisogno di capire da dove viene questo Tetracloroetilene”.

Intanto, si scopre che Gesesa solo pochi giorni fa, dopo la denuncia di Altrabenevento, ha pubblicato sul suo sito i rilievi fatti nel 2018 rendendo pubbliche anche le soglie del Tetracloroetilene: altro risultato di Altrabenevento.

Intanto, il Piano D’Ambito Calore Irpino (province di Avellino e Benevento) della Regione Campania (di maggio 2003) prevedeva la chiusura dei pozzi della piana di Benevento (Campo Mazzoni e Pezzapiana) perché a forte rischio di inquinamento e con acqua di scarsa qualità. 

Altrabenevento e Codacons hanno inoltre avviato una campagna di monitoraggio sulle acque servite ai cittadini beneventani anche per la presenza di Nitrati (per valori doppi rispetto a quelli ammessi per legge sono da molti anni chiusi i pozzi di Pantano; valori vicino al limite di 50 milligrammi litro sono stati più volte trovati nei pozzi di Pezzapiana e Campo Mazzoni; pochissimi Nitrati invece nell’acqua del Biferno servita alla parte alta della città).

“Anche nell’erogazione dell’acqua – ha spiegato, infatti, Corona– Benevento risulta divisa in due, come se ci fossero cittadini di serie A, quelli che risiedono nella zona alta serviti dalle acque pure del Biferno, e cittadini di serie B, quelli della parte bassa alimentata dai due pozzi, Mazzoni e Pezzapiana”.

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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