Amerigo Ciervo: “La sinistra ha sbagliato tutto, ma basta con la nostalgia. Sì ad un campo largo che non escluda nessuno”

IL BLOG DEL MESE: “Il dibattito nel PD e la costruzione di un’alternativa forte e di un campo largo di Democratici e progressisti.”

Amerigo Ciervo (Moiano, BN,  1952)  ha insegnato filosofia e storia al liceo classico “Giannone” di  Benevento. Si è occupato della politica culturale del liceo per circa un quindicennio,  curando l’organizzazione delle Giornate giannoniane, delle Letture del Giannone alla città e della redazione di Api ingegnose.  Fondatore e animatore,  con il fratello Marcello, de iMusicalia, un’ipotesi di ricerca e di riproposta della tradizione musicale e della cultura popolare della Campania interna. Il progetto si è concretizzato nella pubblicazione di una decina di dischi e di due raccolte dedicate agli informatori popolari provenienti da tutta l’area del Sannio beneventano, in un migliaio di concerti tra Italia, Europa e USA, in numerosi allestimenti teatrali, in partecipazioni televisive e cinematografiche,  in libri (Sancta Maria de Mojano, 1984, Quaraesima è fernuta, 1988. Miti, riti e credenze del Sannio beneventano, 1991, La memoria del viaggio, 1995, Io lavoro nella musica, 2007, Moiano, la memoria del villaggio, 2011) e in innumerevoli articoli dedicati al mondo popolare. Dal 2016 è presidente del comitato provinciale dell’ANPI di Benevento.  

 

 

Cara Teresa,

accolgo volentieri il tuo invito. Non senza, però, chiarire, innanzitutto, la mia posizione, in virtù della funzione che svolgo di presidente del comitato provinciale dell’ANPI.

Non sono  iscritto a un partito (PCI) dal 1981. In tasca ho la tessera della FLC della CGIL e, naturalmente, quella dell’ANPI. Tuttavia la questione che  poni mi interessa molto,  considerandomi un militante, diciamo così,  del “campo largo” della sinistra,  così come credo interessi a un numero non limitato di donne e di uomini che si ritrovano, da parecchio tempo, ormai,  a dover fare i conti con i postumi di una sconfitta storica. Ecco perché partirei con la citazione di quanto scrivesti, nel marzo del 2018, in risposta a una mia lettera aperta in seguito all’esperienza della candidatura di LeU.  

“Pur non volendo entrare nel merito delle tue considerazioni, scrivevi,  tengo però a dire due cose. La prima: la tua candidatura con LeU è stato un atto di generosità e la testimonianza che le idee si servono con l’esempio. La seconda:  tu potrai  anche scegliere di “metterti da parte”, ma la politica, quando è tensione verso gli altri e  verso il destino dei tanti  e non dei pochi difficilmente riuscirà a tenersi distante”.

Condivido in toto e aggiungo che, a mio parere, la questione è ancora ferma, in buona sostanza, a quello snodo tremendo. In parole più semplici,  a me sembra che non si sia ancora nemmeno dato avvio all’opera di rimozione delle macerie per poter immaginare di dare vita a   “un’alternativa forte” e a “un campo largo di democratici e progressisti”.

Nel frattempo – e quanto accade sul piano europeo e internazionale lo conferma quotidianamente  – il quadro generale della situazione si va vieppiù   aggravando, con un governo, pomposamente autodefinitosi “del cambiamento”, diviso su tutto, tranne che sulla spartizione delle poltrone, incapace di compiere scelte economiche e politiche di ampio e lungo respiro, con un parlamento bloccato,  dove una miriade di “anime belle” –   fiondate nelle aule della più alta rappresentanza democratica del nostro paese dalla rabbia e dal rancore di tanti cittadini – si appalesano silenti e inquadrate, come soldatini di piombo, per capitalizzare, il più a lungo possibile, il biglietto vincente della lotteria del 4 marzo 2018 e, infine,  con pezzi rilevanti della società civile sempre più  avvitati  intorno alla propria rancorosa cattiveria che deborda, sui social, ora contro Francesco, ora contro Camilleri e dai cui visceri,  ricominciano ad affiorare, con una ormai intollerabile frequenza, nelle strade e nei quartieri reali, come a Roma qualche giorno fa, i picchiatori neofascisti del terzo millennio.

Il quadro, come si vede, volge al nero. In tutti i sensi e in tutte le direzioni. Quali le risposte del variegato mondo della sinistra a tale, inquietante spettacolo?

Quando sono in difficoltà, e in questa fase non nascondo di esserlo, chiedo sempre ausilio a qualche filosofo. Stavolta è il turno di Aristotele di cui mi sono ricordato la celebre definizione di “filosofia pratica”: “Della filosofia teoretica è fine la verità, di quella pratica l’opera, poiché i [filosofi] pratici, anche se indagano il modo in cui stanno le cose, non studiano la causa di per se stessa, ma in relazione a qualcosa ed ora.”.   La filosofia pratica, dunque, come quella teoretica, cerca la verità, indaga su come stanno effettivamente le cose, tentando di  individuarne  anche  le cause. Ma, rispetto alla filosofia teoretica,   essa considera la verità solo come uno strumento  in vista dell’azione, che è situata sempre nel tempo presente: nel tempo dell’hic et nunc. Dunque la politica, che è una scienza pratica, implica (e c’impone) una scelta, qui ed ora.

Per cui ci chiederemo: che cosa c’è in campo, qui ed ora? Partiamo dalle ultime elezioni europee, mettendo in fila una serie di elementi che si potrebbero muovere dentro quel famoso “campo largo”.

1)     +Europa.  L’afflato europeistico c’è ed è positivo, così pure il carisma della sua leader. Ma il programma è totalmente, radicalmente, cocciutamente  liberista. Molti (e, tra questi anch’io),  viceversa,   pensano che il socialismo – le cui formazioni storicamente determinatesi in Europa  dal secondo dopoguerra in poi,  sono in crisi quasi dappertutto –  non sia da considerare necessariamente una brutta parola. Se ci si mette mano con una serie di riflessioni teoriche assolutamente innovative, potrebbe rappresentare  ancora una buona chance in un  mondo, dove 260 ultramiliardari possiedono la ricchezza pari a  quella di 3 miliardi di persone.

2)    Europa verde.  I temi dell’ecologia sono ormai centralissimi e non più rinviabili.. Ce lo ricordano tutti, da Francesco, che fonda le sue osservazioni su una verità, dal suo punto di vista, inequivocabile, che “la terra è di Dio”,  al “fenomeno”  Greta, così beffardamente attaccata da gran parte dei giornali gridati e, sovente, maleodoranti della destra che si è affermata in Italia. Ma il fatto che la questione dell’ecologia, nel nostro paese, sia ancora appannaggio di piccolissimi gruppi, credo sia l’ulteriore segno del nostro  arretrato provincialismo  politico.

3)     La Sinistra. E’ il raggruppamento per il quale votai nel 2014 (L’altra Europa per Tsipras). Per un pezzo di esso (SI) collegatosi con Articolo 1 e Possibile,  nelle ultime elezioni politiche italiane, mi fu chiesto di mettere  a disposizione, il mio nome e la mia persona e di  lavorare,  non per un mero raggruppamento elettorale, ma per contribuire a costruire un nuovo soggetto politico. Questo mi fu chiesto di dire a chi avessi chiesto il voto, e questo dissi ai 3500 elettori sanniti che votarono per la lista di LeU.  Come siano andate le cose, dopo le elezioni del 2014 e dopo quelle del 2018, lo sanno tutti. Nel 2019, con personaggi e gruppi diversi, ci siamo trovati di fronte a un ennesimo cartello elettorale. Ancora promesse di costruzione di un nuovo soggetto politico, in un campo devastato dai personalismi e dalle contrapposizioni sul  nulla o  sullo zero. Perservare diabolicum. Con l’aggravante che non si è raggiunto nemmeno il quorum necessario.

4)     PD.  Cosa sia, oggi,  l’attuale partito non si sa ancora bene. Ha sostituito il vecchio segretario-leader e ciò è stato un bene. Non ha fatto un congresso serio e radicalmente autocritico. E questo è sicuramente un male. Le primarie – che trovo metodologicamente inadeguate alla nostra realtà politica – sono state, comunque, un segnale importante. A vantaggio di Zingaretti, diremo che in tre mesi non sarebbe stato possibile cambiare molto. Quasi nulla.  Il nuovo segretario ha  solo, finora,  tentato di tenere il più possibile unito l’involucro per   quello che resta del cosiddetto “popolo di sinistra”. Ma nulla c’è stato finora detto su chi s’intenda “realmente” rappresentare (trovo  stucchevole il cosiddetto dibattito su dove andare a conquistare i voti), su  cosa s’intenda fare per i grandi problemi del  paese  e per i disperanti  bisogni collegati ai temi fondamentali che vanno affrontati e risolti   (il lavoro, l’occupazione, i diritti, la scuola e la ricerca, la sanità), la cui risoluzione esige risposte radicalmente nuove  e in controtendenza rispetto a quanto fatto e sottoposto al giudizio del 4 marzo del 2018.

Restano, infine, due questioni dirimenti, che interessano tutto il campo. La prima riguarda i gruppi dirigenti. Non userò mai,  ritenendola concettualmente uno sgorbio,   la parola “rottamazione”. Un partito, un soggetto politico nuovo, un campo aperto e largo non escludono  nessuno. Si ha davvero bisogno di tutti. Di quelli che ci sono e di quelli che potrebbero esserci (l’astensione, il 26 maggio scorso, è stata del 44%: forse è lì che bisogna tentare di andare a vedere …). Ma un segnale importante, in tal senso, sarebbe l’avvio di un  rinnovamento profondo dei gruppi dirigenti. La seconda questione riguarda  le alleanze, interne ed esterne al campo. Come si vede, di lavoro da fare ce n’è tanto. Attardarsi sulla nostalgia sarebbe un errore. Si finirebbe con il bloccare la riflessione teorica e politica sull’oggi. Ma è appunto della riflessione che maggiormente dovremmo avvertire il bisogno. Perché la sconfitta del 4 marzo 2018 è stata innanzitutto una sconfitta culturale. Non è stato solo un problema di comunicazione inefficace. La sinistra, tutta,  nessuno di noi si senta escluso,  in questo paese ha davvero sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare.

Provate a leggere il bel libro  di Filippo Ceccarelli, “Invano.  Il potere in Italia da De Gasperi a questi qua”. Un  saggio di antropologia politica da cui fuoriesce il valore perverso, oltre che delle scelte strategiche sbagliate, anche della comunicazione simbolica degli ultimi trent’anni.   Ma le idee  di cui è portatrice la sinistra non sono “mai morte”.  E l’invito di una volta  (Compagni, al lavoro e alla lotta) continua a valere ancora oggi. Saremo capaci di comprendere come e contro chi?

 

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