Artsannio, Fetto: “La nostra cooperativa sul lastrico. Non pagati 90 mila euro di consulenze”

Dieci indagati per una bancarotta fraudolenta che ammonta a milioni di euro.

L’ex Partecipata della Provincia (51 per cento) – compartecipata anche dalla Regione (49) – è stata portata al collasso, attraverso la produzione di uno sprofondo rosso in bilancio, in uno spazio temporale di nemmeno 10 anni.

Il pm ha inviato l’avviso di conclusione delle indagini a tutti i presidenti del Cda: Gianvito Bello (gennaio 2005 – giugno 2010), Gennaro Paradiso (ottobre 2010 – ottobre 2012), Francesco Antonio Barbato (giugno 2010 – ottobre 2010; anche vice da gennaio 2005 a novembre 2007 e consigliere da novembre 2007 a novembre 2010); tre consiglieri: Angelo De Luca (ottobre 2010- ottobre 2012), Riccardo Iasiello (gennaio 2005 – ottobre 2010), Ida De Ciampis (ottobre 2010-ottobre 2012); due presidenti del collegio sindacale: Luisa De Vivo (gennaio 2005 – novembre 2007; anche sindaco effettivo dal novembre 2007) e Sergio Muollo (novembre 2007 – giugno 2011); due sindaci effettivi: Carmine Ferrucci (gennaio 2007-novembre 2007) ed Enrico Vittorio Mattei (gennaio 2005 – giugno 2011).
2007) ed Enrico Vittorio Mattei (gennaio 2005 – giugno 2011).
“Per tutti – come ha riportato ottopagine.it – un’ipotesi di reato di bancarotta fraudolenta: avrebbero causato per effetto di presunte operazioni dolose il fallimento della società. Secondo gli inquirenti, poiché la società si trovava sistematicamente in perdita già dall’esercizio 2007, non avrebbero deliberato la riduzione del capitale sociale e la ricostituzione dello stesso o, in alternativa, la trasformazione della società ovvero lo scioglimento, ed avrebbero proseguito l’attività con modalità antieconomiche, fino a determinarne il dissesto, mettendola in liquidazione solo nell’ottobre 2012″.

Ma quello che non si dice in questi giorni è più forte di quello che viene detto.

Dietro la vicenda di una delle tante partecipate della stagione delle vacche grasse c’è il fallimento colpevole di un’intera classe dirigente, che fece consapevolmente di Artsannio più di un carrozzone politico, una vera e propria riserva di voti cui attingere ad ogni occasione. A dimostrarlo ci sono le lenzuolate di assunzioni e consulenze, prima; le spese disinvolte, quasi disinibite, e i conti in rosso trascinati per anni e rimbalzati di gestione in gestione con lucida consapevolezza, poi.

Quando la grana scoppiò, perché divenne pubblica, i vari presidenti ingaggiarono un fuggi fuggi generale dalle responsabilità.

Ma la verità è che Artsannio aveva drenato finanziamenti regionali, dunque pubblici, in gran quantità, durante gli anni di Di Lello assessore regionale alla Cultura, che nel Sannio aveva un ambizioso plenipotenziario, quel Gianvito Bello, primo presidente della Partecipata e presidente ombra in tutti gli anni di sopravvivenza di Artsannio.

Non solo molti assunti – come può dimostrare la cronaca degli ultimi anni – furono riconducibili a partiti e partitini, ma pure tante consulenze avevano matrici ed obiettivi politici facilmente ricostruibili. 

La disinvoltura nella spesa di fondi pubblici ora emerge ruvida dalle carte dell’inchiesta. Ma se nell’ambito penale la responsabilità è personale, nel pubblico questo principio appare più evanescente. Eppure dietro la malagestio delle risorse pubbliche ci sono storie finite male, ex giovani donne e uomini sul lastrico, danni alle persone, oltre che all’interesse generale e al patrimonio collettivo di valori. 

“La mia cooperativa ha subito un danno economico di 90 mila euro”, racconta Michelangelo Fetto, animatore della Solot, prestigiosa compagnia teatrale di Benevento, operatore culturale tra i più attivi, attore e autore tra più apprezzati in Italia. 

Fetto fu chiamato a collaborare con Artsannio, che era una dichiarata Agenzia culturale della provincia di Benevento.

“In dieci anni – racconta ancora Fetto –  abbiamo promosso progetti culturali per circa 90 mila euro,  fatture mai saldate, sulle quali abbiamo dovuto pagare anche le tasse, insomma la beffa oltre il danno. Siamo finiti sul lastrico con la cooperativa, che a sua volta non ha potuto pagare collaboratori, professionisti capaci, rispetto ai quali mi sono perfino sentito in colpa”.

Così per la cooperativa, si spalancarono le porte di un inferno fatto di sollecitazioni bancarie, richieste di aiuti, spiegazioni imbarazzate, telefonate come preghiere. 

“Abbiamo dovuto affrontare un percorso fatto di umiliazioni – dice Fetto -. E nessuno a prendersi cura delle esigenze di operatori che non avevano alcuna responsabilità, che avevano creduto nell’opportunità di mangiare con la cultura”.

Con l’apertura della procedura di fallimento, la cooperativa è finita, come gli ex dipendenti e altri consulenti, nel buco nero dei creditori di Artsannio, che però difficilmente vedranno il ristoro dei danni subiti.

“Crediamo poco nella possibilità di riavere quello che ci era dovuto. Ma noi andremo avanti con le azioni giudiziarie, siamo anche intenzionati a rivalerci sul patrimonio personale dei presidenti e dei dirigenti che hanno negli anni consentito uno scempio come questo. La politica con Artsannio ha mostrato il suo volto peggiore, ha divorato i sogni e il futuro di persone in carne  ed ossa, trattate come vuoti a perdere. Spero che le responsabilità vengano riconosciute e perseguite penalmente”. 

Accanto al versante penale, in realtà, ad emergere c’è anche quello civile: Il rappresentante legale del fallimento,  Raffaele Antonio De Paola, ha avanzato una richiesta di risarcimento danni pari a circa 8 milioni di euro nei confronti di tredici tra amministratori e collegio sindacale.

Secondo il legale del Fallimento, l’attività effettivamente svolta dalla società si è concretizzata solo nella gestione della rete museale e nella realizzazione di progetti POR (Piani Operativi Regionali) e APQ (Accordi di Programma Quadro). Nel 2007 veniva assunto personale per 15 unità a tempo indeterminato, quindi altro a tempo determinato, collaboratori a progetto: per la prima tipologia, la spesa iniziale passava da euro 22.158,00 del 2007 a 469.269,07 del 2011; i dipendenti a progetto incidevano per 980.727,67 nel 2008, 489.845,23 nell’anno successivo, 354.008,32 nel 2010 ed 88.017,50 nel 2011.

“Appare di solare evidenza che la causa primaria dello squilibrio finanziario della società – si legge nell’atto di citazione – è stata determinata dall’ingiustificabile, negligente ed illegittima gestione manageriale che ha dapprima ingenerato tale squilibrio in ragione degli spropositati costi fissi per personale dipendente e lo ha progressivamente aggravato nel corso degli anni, a seguito delle scelte di tutti i componenti dell’organo amministrativo di perseverare in tale anomala ed illegittima gestione la quale, non trovando reale copertura finanziaria dei costi, ha determinato a catena lo sviamento dei fondi POR e APQ, il mancato pagamento dei fornitori e dei debiti erariali, la necessità di nascondere la reale situazione finanziaria della società per mezzo di artifizi contabili in bilancio, al fine di una prosecuzione dell’attività della Art Sannio che non aveva alcuna giustificazione economica e le cui ragioni, forse, possono trovarsi in ambiti che esulano la normale attività di impresa». Il comportamento dei vari organi amministrativi, quindi, perpetrato nel corso degli anni avrebbe generato lo stato di insolvenza”.

Una gestione, dunque, cinica che assume i contorni di uno scandalo che vede protagonista un’intera stagione politica che ora finisce sotto processo. Mentre nessuna censura è venuta dalla politica. Anzi alcuni protagonisti di Artsannio hanno provato più volte a riciclarsi, passando da un partito all’altro, da uno schieramento all’altro, con la stessa disinibita disinvoltura esercitata nella gestione di milioni di soldi pubblici destinati ad Artsannio. Con un rais di partito sempre pronto ad accoglierli, come se il curriculum vitae in politica fosse carta straccia, come se la spregiudicatezza fosse un valore utile da coltivare. Perché in fondo il voto non olet, come la pecunia. 

 

 

 

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