Benevento e le vittime di mafia Il procuratore Policastro: “Utilizziamo i beni confiscati

“Senza memoria non c’è futuro”. Uno slogan, ma anche un messaggio impegnativo. Per una riflessione sulle vittime innocenti della criminalità organizzata e sul trattamento dei colpevoli. Con la speranza di un recupero. “La lotta alla mafia è una questione di tutta la società civile – ha detto Aldo Policastro, procuratore della Repubblica di Benevento- I nomi di Falcone, Borsellino, Impastato, Raffaele Delcogliano, Giancarlo Siani, Pippo Fava, Don Diana, Simonetta Lamberti, ci impongono di avere il coraggio del presente. La confisca dei beni dei malavitosi è stata il frutto di una lunga battaglia. Ci sono anche qui a Benevento. E’ un peccato che rimangano abbandonati”.

Il ricordo delle vittime di mafia, organizzato dalla Procura della Repubblica di Benevento, si è svolto al Teatro San Vittorino ed è stato animato da autorevoli esponenti della magistratura e delle istituzioni, coordinati da Francesca Ghidini, giornalista del Tgr Campania. Il prefetto Paola Galeone e la presidente del tribunale, Marilisa Rinaldi, hanno sottolineato il ruolo decisivo della scuola e della cultura nella formazione dei giovani. Ci troviamo di fronte ad una “nuova resistenza” ed anche la musica può servire a combattere la mafia. Questo concetto è stato ribadito da Giuseppe Ilario, direttore del conservatorio di Benevento.

L’esigenza di fermarsi a riflettere, di impegnare più risorse nella giustizia e di impedire situazioni indecorose come quelle di Bari, col tribunale alloggiato in un capannone di fortuna, è stata rimarcata da Gerardo Giuliano, presidente Anm della sezione distrettuale di Benevento.
“Le istituzioni hanno il dovere di non arrendersi – ha osservato Riccardo Fuzio, Procuratore generale della Repubblica presso la Corte di Cassazione- e di ricostruire una “passione positiva”. L’obbiettivo deve essere quello di riconquistare il territorio finito nelle mani della criminalità”.

L’ultimo allarme arriva dalle stese di camorra di Napoli, in particolare da San Giovanni a Teduccio. Ma le baby gang provengono in gran parte da famiglie disastrate. Cosa può fare lo Stato per dare giustizia alle vittime e nello stesso tentare un recupero di tanti giovani allo sbando?
“Bisogna evitare che la vittima del reato diventi vittima del processo – ha rilevato Luigi Riello, Procuratore generale presso la Corte d’appello di Napoli – senza farne dei santini. Contro i delinquenti occorrono fermezza e recupero, che sono due facce della stessa medaglia. Basta coi processi mediatici. In Italia abbiamo 27 magistrati uccisi da terroristi o da mafiosi. Non è da paese civile. Anche la stampa è stata duramente colpita”.
Per colmare la distanza tra istituzioni e cittadini è necessaria una “riconciliazione con la collettività” e far capire che la confisca dei beni dei criminali non significa “distruzione di ricchezza”. Questo l’auspicio espresso da Raffaele Piccirillo, Capo dipartimento per gli Affari penali del Ministero della Giustizia.

Una testimonianza toccante è venuta da Bruno Vallefuoco, referente di “Libera” Campania, che ha raccontato la tragica vicenda di suo figlio Alberto, ucciso dalla camorra insieme ad altri due giovani perché scambiato per emissario di un clan rivale. “Ho incontrato nel carcere di Nisida alcuni giovani criminali e 8 su 10 hanno intrapreso un altro percorso – ha evidenziato Vallefuoco – questo vuol dire che se si da una chance, molti sono pronti a cambiare. Ho conosciuto gli assassini di mio figlio nel carcere di Benevento, erano persone normali, non il “mostro” che a volte si immagina. Credo che siano più efficaci misure alternative. Sono stati incontri molto intensi, conclusosi spesso con abbracci. Ai detenuti ho portato dei libri da leggere. Per me servono a dare un significato a quella morte senza senso. Se qualcuno di essi rimetterà la pistola nel cassetto, si è raggiunto un risultato importante”.

La possibilità di cambiare è dimostrata da tante esperienze di camorristi pentiti, vissute nel corso della sua carriera dal procuratore Giovanni Conzo, che ha concluso la “Giornata della Memoria”. “Ricordo il cambiamento di Domenico Bidognetti del Clan dei Casalesi -ha spiegato il magistrato di Benevento- la sua lettera, la richiesta di perdono, il giudizio sulla camorra “che fa schifo”. Il giorno dopo gli uccidono il padre. In ognuno di noi c’è un lato oscuro. Con la restituzione del maltolto, bisogna offrire anche una via d’uscita. Anche tra i musicisti del Conservatorio di Benevento c’è qualche giovane di Casal di Principe, che mi ha confidato “Con la musica mi sono salvato”.
L’omaggio alle vittime si è concluso con alcuni brani di Bach e Vivaldi, eseguiti dell’Orchestra del “Nicola Sala”, diretta da Luca Signorini, primo violoncello al San Carlo di Napoli.
Antonio Esposito

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