Caso Boccalone, l’imbarazzante e tafazziano doppiopesismo del Pd.

Se qualcuno pensava che il doppiopesismo fosse anticaglia da far marcire in soffitta, beh si sbagliava.

Che abbia ancora corso legale nel 2021 ce lo ricorda il PD con gli strepitii di questi giorni alla provincia di Benevento.

Sul caso Boccalone il Pd ha scatenato tutta la sua potenza di fuoco chiedendo le dimissioni di Di Maria, presidente della Provincia, e la nullità degli atti firmati dall’ormai ex segretario generale.

Ma questa vicenda è a dir poco tafazziana per il PD.

Il doppiopesismo dem di questi giorni non fa altro che alimentare la mai sopita retorica sulla superiorità morale della sinistra.

Il livello di ipocrisia che si è raggiunto sul caso Boccalone nel Partito Democratico e tra i progressisti sanniti è imbarazzante, perché quello stesso PD che sbraita oggi, a cominciare dai consiglieri provinciali Giuseppe Ruggiero e Luca Paglia per finire al deputato Umberto Del Basso De Caro, è lo stesso PD che per circa vent’anni ha fatto razzia di nomine e incarichi in tutte le società partecipate di Comune e Provincia quando ne ha avuto il potere.

Basta mettere in fila soltanto pochi fatti di un passato recentissimo per capire di cosa parliamo.

I feydan e lo spoil system

Lo spoil system si affermò in America fino al 1883 quando fu soppresso.  Rispondendo a molte peculiarità italiane e alle esigenze dei partiti politici, in Italia ha preso il sopravvento sacrificando, a volte, il merit system. Così ogni governo si trascina dietro i propri fedelissimi.

Per esempio quando Aniello Cimitile salì alla Rocca dei Rettori si portò una corte di feydan. Correvano i tempi delle vacche grasse e le Province erano i bancomat dei partiti.

Fu nominato direttore  generale Lello Bianco, già segretario provinciale dei Democratici di sinistra.

Con il Governo Monti le Province vennero condannate alla morte per fame, ma Cimitile, traghettatore della fase nuova dell’ente, riuscì a confermare  nel 2013 i suoi feydan, tra questi  Bianco.

Quando il dem Claudio Ricci andò sostituire l’ex rettore, le Province erano state svuotate di competenze, funzioni e poteri, erano un guscio vuoto con risorse a dir poco dimezzate.

Ricci procedette all’azzeramento delle collaborazioni esterne di Cimitile, tagliò teste e avviò lo spoil system con una furia senza precedenti. Anzitutto fuori Lello Bianco e dentro Franco Nardone. Smosse il mondo per non assegnare all’ex direttore generale il premio di risultato che Cimitile, con una specie di blitz dell’ultimo giorno del suo mandato, aveva riconosciuto a Bianco. “Abbiamo risparmiato 9500 euro“, tuonò con tono da vincitore Ricci.

 

L’Asea pdzzata

È stata una delle Partecipate più pdzzate di tutti i tempi. Nel 2011 finì al centro di una tempesta mediatica per la vicenda  che interessò Antonio Calzone.

Calzone all’epoca ne era  il Presidente e suo nipote Giovanni Cacciano era un brillante laureato in Filosofia. Senza alcuna inquietudine dovuta a una questione morale latente o patente, Calzone lo assume nella società partecipata della Provincia, quella che ha competenza sulla diga di Campolattaro, per intenderci. Un’assunzione a tempo indeterminato senza procedura concorsuale.  Il caso  fu raccontato come un’ utilizzazione “di risorse pubbliche per fare gli interessi del partito”.

Cacciano non solo è funzionario Asea da 10 anni, è anche stato ulteriormente premiato con la nomina a vicesegretario provinciale del PD decariano.

Ma l’Asea è stata sempre la Partecipata più tormentata.

Basti ricordare il caso CATAUDO.

Alfredo Cataudo era un mastelliano di ferro.  Ma quando Mastella molla gli ormeggi alla Provincia, facendo franare la maggioranza di Aniello Cimitile, Cataudo sceglie di non seguire il leader Udeur e resta abbarbicato alla sua bella Presidenza all’Asea.

I problemi cominciano dopo, quando, nel 2016, il PD  comincia a lavorare alacremente alle liste a sostegno della candidatura di Raffaele Del Vecchio.

Cataudo annuncia alla stampa una  lista elettorale da lui capitanata, la promette a  Umberto Del Basso De Caro, ma quando viene il momento di presentarla  viene meno al patto.

Poche settimane dopo la sconfitta del 2016,  viene allontanato dall’Asea e comincia una vertenza durata molti anni.

Questo è il racconto che Cataudo fece di quei giorni a Gazzetta di Benevento: “Del Basso De Caro in quei giorni mi chiamò, ci ha detto Cataudo, e mi disse: Se ti candidi mi fa molto piacere; se non lo fai mi fa molto meno piacere…
 L’impegno non mantenuto è stato immediatamente punito con la decadenza dalla carica, dovuta ad problema a quanto pare reale, ma sussistente da almeno due anni e, guarda un po’, uscito solo ora con tempistica che ha del miracoloso”. Correvano i giorni della temibile purga decariana.

Già i due casi Cacciano e Cataudo dimostrano come quando è il PD a fare e disfare nomine il livello di indignazione dei Dem si inabissa ai livelli del colesterolo in un neonato e tutto viene alla fine avvolto in un’aura di accettazione generale, quando le nomine le fanno e le disfano altri allora trattasi di occupazione di potere elevata a sistema. 

Samte e l’incompatibilità nascosta di De Gregorio 

Anno 2018. Le cose in politica non sono mai come sembrano.

Nel 2018 è proprio sanniopage a scoprire l’incompatibilità dell’allora Amministratore Unico.

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Domenico De Gregorio aveva sì un curriculum ineccepibile, ma anche un piccolo scheletro nell’armadio: un incarico di consulenza in Asea che non poteva fare il paio con l’incarico in Samte.

Sia il presidente della Provincia, Claudio Ricci, che il segretario generale, Franco Nardone, dichiararono di non essere a conoscenza dell’incarico di De Gregorio in Asea, nonostante anche questa fosse una Partecipata della Provincia e i bilanci recassero la firma del segretario Nardone. De Gregorio  rinunciò presto ad Asea rimuovendo di fatto l’incompatibilità. 

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Un mese e mezzo dopo si dimette il presidente dall’Asea Carlo Petrella, finito anche lui nel tritacarne mediatico.

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La lottizzazione dell’Asi 

Quando, nel 2017, il Pd nominò Costantino Fortunato al vertice dell’Asi si indignò anche la Sinistra-più a sinistra, quella, diciamo così, che in genere si fa i fatti suoi col favore delle tenebre.

E si indignò al punto tale da giudicare quella nomina inopportuna sul piano etico e da gridare alla lottizzazione. Le accuse mosse allora da Articolo 1 Sannio al Partito democratico e, in particolare, al presidente della Provincia furono aspre e puntute:

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La vicenda del consorzio ASI di Benevento – spiegarono –  si caratterizza per la forte invadenza di logiche politiche, in totale dispregio della mission dell’ASI, tali da provocare la presa di distanza dell’Unione industriali e da far temere l’uscita dal consorzio del comune di Benevento. Evidente appare inoltre il solo criterio lottizzatorio, puntualmente applicato dal Partito Democratico”. In effetti quella nomina fece un gran rumore anche tra gli industriali, ma Fortunato aveva ricevuto la pacca sulla spalla di De Caro.

Costantino Fortunato, sindaco di Morone, era stato il vicecoordinatore di Forza Italia. Dalla sera alla mattina diventò l’ uomo-simbolo del Pd decariano: non solo si  impadronì del Pd di Morcone, causando l’ira funesta dell’ex gruppo dirigente, fuoriuscito ormai dal partito, ma fu addirittura nominato, con i voti del PD, presidente del Consorzio Asi di Benevento. Eppure l’uomo era personaggio discusso: sul suo curriculum vitae pesavano condanne e pignoramenti per varie vicende giudiziarie.

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Di lottizzazione parlarono anche i due portavoce del M5S, Marianna Farese e Nicola Sguera. Un accerchiamento che costrinse il Presidente della Provincia a spiegare, in una turbolenta conferenza stampa, le ragioni della nomina di Fortunato e di altri due dirigenti dem all’Asi.

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Il tafazzismo e la doppia morale del PD decariano. Ma ‘ca nisciuno è fesso

Fatti di un passato recente che possono risultare utili a disegnare o ad immaginare  la mappa del potere Pd nel Sannio negli ultimi 15 anni e le dinamiche sottese. L’elenco sarebbe ancora lungo: tra Gesesa, ex Amts, multiservizi, Asia,  Più Europa  e incarichi legali e professionali sparsi ovunque il Pd decariano ha gestito il potere in modo militare.

Ma per ora ci fermiamo qui, perché questa ricostruzione, sebbene parziale, potrebbe bastare a sostenere che chi non può scagliare la prima pietra è proprio il Pd.

L’agitazione di Giuseppe Ruggiero, di Luca Paglia e perfino di Umberto Del Basso De Caro sul caso Provincia è imbarazzante e tafazziana al tempo stesso.

È imbarazzante perché denota una doppia morale.

Il doppiopesismo del Pd su nomine, consulenze, incarichi e assunzioni è per giunta una presa per i fondelli del cittadino – elettore che avrà anche la memoria corta, ma che non ci risulta abbia l’anello al naso.

Ed è tafazziana perché ancora una volta e, per giunta in piena campagna elettorale, il PD a trazione decariana,che stamattina si muoverà in blocco per portare all’attenzione del Prefetto il caso Boccalone, dimostra di esistere e resistere solo se in ballo ci sono nomine anche quando non sono le sue. Neppure adesso che è libero dal potere e all’opposizione riesce a sforzarsi di capire, conoscere ed interpretare la realtà disegnando una prospettiva illuminata?

Il Pd sta dimostrando una nostalgia rabbiosa del potere, coltiva l’ambizione di tornare ad essere macchina di potere e di clientela senza idee, ideali, sentimenti e passione civile, senza programmi: basti guardare al dibattito nel centrosinistra in vista delle Comunali di ottobre, incentrato solo sulla figura del candidato sindaco.

È la solita sindrome di Tafazzi, quello che adorava martellarsi i cosiddetti da solo.

Quel che è certo è che il Pd decariano non può atteggiarsi a missionario in terra d’infedeli senza prima fare i conti con se stesso ed aggredire la gigantesca questione morale che offusca il suo recente passato.

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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