Città del Vino, la Falanghina ha bisogno di Napoli

Quando l’ex ministro Dario Franceschini, nel 2014, annunciò che Matera era stata scelta come Capitale della Cultura 2019, il sindaco pianse. Pianse davanti ai giornalisti che gli chiedevano a caldo cosa significasse quella designazione: “Spero di poter dare un sogno e una speranza ai giovani della mia terra“, disse.

Quando è arrivata la notizia che il Sannio  aveva ottenuto l’ambìto riconoscimento di Città europea del vino 2019, i sindaci dei cinque comuni coinvolti (Sant’Agata de’ Goti, Torrecuso, Solopaca, Castelvenere e Guardia Sanframondi)  hanno immediatamente diramato un comunicato stampa dai toni algidi e autoreferenziali. Hanno fatto seguito altri comunicati e una sfilza di foto ricordo di eventi di palazzo.

Hanno, in altre parole, manifestato un giubilo tutto interno, come se stessero celebrando l’anniversario di matrimonio o i diciott’anni del primogenito. Non hanno donato alcun sogno, non hanno spalancato alcuna speranza collettiva. Ed è qui, nella incapacità di comunicare l’importante riconoscimento,  rendendolo patrimonio di tutti, che sta l’errore, per il momento, più vistoso.

Oltre al sogno collettivo, che può mettere in circolo le energie soprattutto di tanti giovani, a mancare è il racconto, lo storytelling per dirlo nel modo più contemporaneo possibile.

Una comunità si racconta proprio attraverso il suo territorio. Il Sannio è esattamente come il suo vino migliore, si concede senza darsi completamente, e questo carattere spigoloso può essere una risorsa solo se lo si sa raccontare, perché lascia sospeso, sorso dopo sorso, alimentandolo, il desiderio della scoperta. L’assenza di un racconto spiega anche perché i nostri vini non riescono a fare numeri importanti.

E’ qui che risiede la sfida per le cinque Città del vino. che si può vincere solo se si mettono in campo visione, creatività, abnegazione, spirito di servizio.

Forbes solo pochi giorni fa ha raccontato Matera; ma in realtà ha utilizzato Matera per sottolineare ancora una volta come l’incapacità della classe politica meridionale di gestire le risorse pubbliche, lasciandole disperdere in mille rivoli senza sbocco, fa sì che il Sud resti indietro. Un articolo inclemente ma circostanziato: eppure chi può dire che Forbes si sia sbagliato? Temo nessuno di noi, nessuno di voi.

Sannio Città del Vino catalizzerà attenzioni, ma anche benefici economici, risorse pubbliche, offrirà l’occasione di organizzare eventi e di dare visibilità al territorio.

Eppure ancora  non c’è traccia di una visione, ma solo di primi piani con sorrisi durbans che fanno capolino qua e là.

La decisione di organizzare a Napoli la conferenza stampa di lancio ha dato la stura a una polemica tipicamente provinciale: perché traslochiamo a Napoli, il vino è nostro e lo dobbiamo presentare qua, è in soldoni il ragionamento. In fondo, le città del sud sono tutte così: strette nella morsa di quella maledetta voglia di essere condominio. E’ un meccanismo atavico e inconscio di protezione del perimetro entro cui stare al caldo e al sicuro.  Eppure proprio l’agricoltura dovrebbe insegnarci l’arte degli innesti.

Il tenore della polemica è, dunque, quasi la cronaca di una ‘morte’ annunciata. 

Tenere la conferenza stampa di lancio degli eventi programmati nella capitale del Sud, osservata da tutto il mondo, è una prima buona idea, perché è aderente al principio di realtà, quello con cui tutti dobbiamo fare i conti. E la realtà ci dice brutalmente che il Sannio non è ancora così attrattivo, convincente e raccontato da poter improvvisamente catturare l’attenzione dei media nazionali  e internazionali. La Falanghina ha bisogno di Napoli e di innesti. I sogni hanno bisogno del mondo, non di protezioni. 

I giornalisti locali penalizzati? Se si ha passione per le storie, si trova sempre una strada per raccontarle.

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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