INTERVISTA AL PROCURATORE POLICASTRO: “A Benevento forme di criminalità invisibili più pericolose di quelle sfacciate”

 

“Ci sono le forme invisibili di reato che, in particolare a Benevento, non vengono percepite. Le persone si allarmano davanti alle forme visibili di reato, come la rapina, il furto, lo spaccio, ma non colgono la pericolosità di tutta una serie di forme invisibili di reato, come le truffe o l’inquinamento ambientale”.

Alle 7 di un giovedì sera il Procuratore della Repubblica, Aldo Policastro, è ancora seduto dietro la sua scrivania. Ex pm della Dda di Napoli, procuratore generale presso la Corte di Cassazione, è arrivato a Benevento tre anni fa.

Procuratore, anzitutto come sta in questi giorni un po’ cupi?

“Bene, siamo sereni, continuiamo a lavorare”

Partiamo dalle inchieste di queste ultime settimane. Quanto è stato difficile portarle avanti?

“E’ sempre difficile fare inchieste articolate che devono reggere alla valutazione del giudice e nelle fasi successive, ma sono sforzi che compiamo perché abbiamo il dovere di garantire sia l’intervento repressivo che i diritti delle persone”.

Si sarebbe aspettato una reazione più indignata da parte della città davanti a queste inchieste che hanno lasciato emergere un quadro se non di collusione, quantomeno di vicinanza tra criminalità, politica e istituzioni?

“Partiamo dalla premessa che la magistratura non ha bisogno di consenso perché trae la sua legittimazione, esclusivamente, dalla legge e dalla Costituzione. Conduciamo le nostre indagini ed esercitiamo l’azione penale quando riteniamo la fondatezza delle nostre ragioni, qualsiasi siano le reazioni della “piazza” e archiviamo o chiediamo l’assoluzione anche quando la “piazza” reclama la forca. La nostra azione è difficile proprio perché dobbiamo tenere la barra dritta sui principi e sulle garanzie costituzionali. La Procura lavora non contro le persone, ma per garantire i diritti delle persone, e, a volte, per garantire questi diritti è necessario mettere altre persone nelle condizioni di non poter nuocere”

Avverte un isolamento della magistratura in questa città?

“No, non ci sentiamo isolati. Mi sembra che la Procura abbia, nella città, un apprezzamento generale. Benevento ha istituzioni che reggono, ha un’associazionismo vivace, che se deve criticare critica, se sente di poter condividere condivide. Ripeto: non abbiamo bisogno di consenso, anche se è chiaro che ci fa piacere quando la nostra azione viene accolta favorevolmente dalla comunità”.

Si aspettava una presa di posizione netta della politica dopo il deflagrare di queste ultime inchieste?

“L’indagine sul presunto voto di scambio è nata nella Procura di Benevento, ma è stata sviluppata dalla DDA, non la conosco nei dettagli. Mi sarei aspettato una presa di posizione più determinata dalla politica e dalla società, il silenzio mi preoccupa. Certo bisogna distinguere tra responsabilità penale e pubblica, quella pubblica non mi compete. Inoltre, ciascuno reagisce secondo le proprie sensibilità”.

Quanto è importante che un politico dichiari pubblicamente di non volere i voti della criminalità? E quando non lo fa cosa significa?

“Mi interessano poco le dichiarazioni eclatanti o le prese di  distanza pubbliche; mi interessano i fatti. E’ sicuramente necessario che si marchi una distanza della politica dai gruppi criminali, che siano clan o gruppi criminali che operano a ridosso delle istituzioni per frodare o corrompere, che lo si dichiari o no non è rilevante, contano le azioni”.

Però anche dall’inchiesta sulla maxi truffa Inps, emergono personaggi scaltri, ben ammanigliati, dotati di reti istituzionali e sociali di protezione. 

“Sono rimasto molto colpito dalla capacità di queste persone di avere legami istituzionali in grado di poter acquisire informazioni specifiche e dirette sull’azione investigativa. Una capacità di penetrare gli ambienti istituzionali, anche quelli giudiziari e investigativi, che mi ha molto scosso”.

Benevento sembra perdere, in queste ore, la reputazione di “isola felice”. C’è un allarme criminalità in questa città?

“Il quadro criminale a Benevento non va né enfatizzato né sottovalutato. Vede, in alcune parti del paese è necessario espellere le occupazioni criminali di interi territori, qui, invece, è necessario difenderlo il territorio dall’occupazione. E’ necessario difendere i diritti delle persone da attacchi che però non sono consolidati e non si sono ancora trasformati in controllo capillare del territorio. Ce la possiamo fare e ce la dobbiamo fare”.

Qual è il tasso di denuncia, per esempio, degli imprenditori colpiti dal racket?

“Ci sono luci ed ombre, abbiamo registrato casi in cui ci sono state denunce anche in condizioni difficili e casi in cui c’è stata reticenza anche di fronte alle indagini degli inquirenti. C’è una scarsa disponibilità a denunciare o a fornire informazioni, ma non è una chiusura totale.

Quando parliamo di racket e di tasso di denuncia, dobbiamo tener presente che il livello di criminalità a Benevento non è altissimo, come in altre aree della Campania”.

C’è un rischio riciclaggio a Benevento?

“C’è un rischio riciclaggio molto alto, perché questo è un territorio considerato tranquillo, con una rete sociale facilmente aggredibile e quindi con una permeabilità possibile. E’ un rischio concreto, noi vigiliamo e vigileremo, mettendo a punto strategie investigative per evitare che si concretizzi e divenga irreversibile”.

 

Anche alla luce di quanto è accaduto in queste settimane, vede una città pronta a reagire e ad alzare la testa davanti al malcostume o al malaffare?

“Questa città non ha mai piegato la testa, anche nei momenti di maggiore difficoltà. E’ una città ancora sana, nelle sue strutture, anzi io intravedo una vivacità sociale abbastanza diffusa. Questa è comunità orgogliosa che vive tranquilla e che vuole continuare a vivere tranquilla. L’unico rischio che intravedo è che pur di continuare a garantirsi questa tranquillità, che comporta costi molto alti, i cittadini girino lo sguardo dall’altra parte per non vedere cosa accade intorno. Ma registro anche una vivacità, una risposta, una riflessione sui diritti delle persone, sui temi della legalità, della criminalità e della giustizia, con momenti pubblici diffusi e importanti che raccolgono adesioni adeguate”.

Ci sono aree a più alto tasso di criminalità a Benevento?

“Come in tutte le realtà, ci sono aree con più difficoltà e aree con meno difficoltà. Il capoluogo, per esempio, sul piano della criminalità organizzata, sta meglio di altre aree, per esempio, meglio della Valle caudina che ha una vivacità criminale maggiore.

In città, ci sono, indubbiamente, quartieri più a rischio per le condizioni in cui versano e in cui si delinque in modo più “visibile” e quartieri con meno problemi in cui i “garantiti” se delinquono lo fanno in modo “invisibile”

 Ci sono, insomma, forme di criminalità differenti?

“Ci sono le forme invisibili di reato che, in particolare a Benevento, non vengono percepite. Mi spiego: le persone si allarmano davanti alle forme visibili di reato, come la rapina, il furto, lo spaccio, ma non colgono la pericolosità di tutta una serie di forme invisibili di reato, come le truffe o l’inquinamento ambientale. Invito a valutare i fenomeni criminali per gli effetti dannosi che hanno sulla comunità anche nel medio e lungo periodo. Se limitiamo il nostro sguardo al danno diretto e immediato alla persona o al patrimonio, avremo uno sguardo corto, che non ci consentirà di valutare nel modo giusto i grossi fenomeni criminali che danneggiano più persone e per più tempo. I crimini ai danni del bene pubblico sono meno percepibili, perché richiedono una maggiore capacità di guardarsi attorno, di osservare la comunità in cui si vive”.

Quindi, la criminalità non va rintracciata solo nei quartieri periferici della città?

“Dove c’è disagio si produce più criminalità visibile, dove c’è meno disagio si produce una criminalità invisibile”.

Qual è il livello di corruzione a Benevento?

“Su questo versante, da sempre, la nostra attenzione  è molto alta, e siamo anche più volte intervenuti, ma non è più incidente di quanto non lo sia nel resto del Paese”

Un anno fa, lei lanciò un monito forte verso una stampa a tratti silente e poco coraggiosa. Secondo lei, qui c’è un giornalismo timido o asservito?

“Ho l’impressione che ci sia una stampa che si limiti a registrare i fatti, che invece andrebbero elaborati, interpretati. Vedo una difficoltà da questo punto di vista. La stampa svolge una funzione importante, delicata e a volte rischiosa e mi rendo conto che fare giornalismo critico espone il giornalista a possibili ritorsioni, talora anche minime ma fastidiose. Quindi registrare il fatto, anziché rielaborarlo con spirito critico, mette al riparo da conseguenze”.

Da cosa dipende questa timidezza a suo avviso?

“Non saprei dirle, esattamente. Forse è un approccio culturale che risente, come lei sottolineava, della difesa dello status di ‘isola felice’. Insomma: quieta non movere (non muovere le cose tranquille)”.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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