Il canto zingaro di Moni Ovadia: “Tutti noi siamo Sapiens Africanus. Il razzista è fondamentalmente cretino”

I musicisti di Moni Ovadia cominciano con le note di “Bella Ciao”. Poi il loro viaggio si snoda tra i ritmi gitani e zingareschi degli Ebrei e dei Rom. Tra ballate matrimoniali, canti di prigionia, inni alla pace. Per raccontare una storia dimenticata, di popoli perseguitati, discriminati, schiavizzati, massacrati. Perché il linguaggio della musica è universale. L’idea di Ovadia è quella di presentare sotto la vera luce il percorso dei cosiddetti “popoli dell’esilio”, della diaspora, del cammino, contro pregiudizi atavici e risorgenti.

Gente che ha sofferto, che, dopo l’immane catastrofe della Seconda Guerra Mondiale, era destinata allo sterminio e che invece è riuscita a difendere la propria identità e la propria libertà. “Mentre una parte egli ebrei ha cambiato posizione -rileva l’attore cantante- fondando lo Stato di Israele, armandosi ed opprimendo i palestinesi, tanti altri sono rimasti erranti, dimostrando che si può essere popoli senza bisogno di confini, esercito, burocrazia, polizia, frontiere, passaporti”.
Tra parole e musica, accattivanti e struggenti, Ovadia ha ripercorso le vicissitudini del popolo rom, del segno lasciato nel jazz e nella canzone pop. “Tutti vorrebbero avere un cuore zingaro -ha fatto notare-contro il conformismo, fuori dalle regole. Come cantava negli anni settanta Nicola Di Bari nell’omonima canzone. Verso la vita dei rom c’è forse una sottile invidia. Il loro spirito musicale ha influenzato Brahams e la grande cantante francese Mirelle Mathieu. Anche Raoul Casadei è rimasto affascinato dai loro ritmi”.
Il concerto racconto, intitolato “Senza confini-Ebrei e Zingari”, fa parte della rassegna “Benevento Città Spettacolo”, si è svolto all’Hortus Conclusus davanti ad un pubblico entusiasta e fortemente partecipe. Con questo appuntamento si è chiuso il trittico teatrale più interessante, dopo le intense performance di Gabriele Lavia su Giacomo Leopardi e di Nello Mascia su Raffaele Viviani. Una fresca oasi culturale che ha regalato piacevoli e pregevoli momenti emozionanti, riflessivi, di forte aggancio con l’attualità.
L’attore milanese, di origine turca, è stato accompagnato da Palo Rocca e Ennio D’Alessandro al clarinetto, Albert Florian Mihai alla fisarmonica, Patricia Namol al contrabbasso e Florian Preda al cymbalon. Il suo messaggio contro il razzismo è partito dall’origine dell’uomo. I rumeni abitavano l’antica Dacia, provincia romana, appartengono alla famiglia neolatina. “Siamo tutti greci -ha sottolineato- veniamo tutti dallo stesso ceppo. Sulla terra c’è un solo uomo. Tutti noi siamo Sapiens Sapiens Sapiens Africanus”.
Tra le storielle curiose e sfiziose ha ricordato, tra l’altro, che il suo amico teologo, Vito Mancuso, un giorno mandò ad analizzare negli Usa una sua sputazza e scoprì di essere greco al trenta per cento ed ebreo al 4 per cento. “Ad esempio -ha aggiunto scherzando-Salvini, facendo analizzare una sua sputazza potrebbe scoprire di essere del Gabon. Non si sa mai. Il colore della pelle, la forma degli occhi, i capelli sono dovuti all’adattamento climatico. Comunque il razzista è fondamentalmente cretino”.
Il cantante ha candidato il popolo rom al Premio Nobel per la Pace, “perché è l’unico popolo che non ha mai pensato di fare guerra ad un altro popolo”. Un popolo che, nonostante le angherie subite, ha affrontato la vita con dignità ed orgoglio. Trovando il modo di cantare anche nei lager. “La notte è scura come il carbone -recita una loro celebre canzone- soffriamo il freddo e la fame, ma sappiamo volare sulle nostre balalaike, come gabbiani, come nessun altro”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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