Il Pd sannita e l’addio di Renzi: parlano dirigenti e militanti

Carmine Valentino ritiene che l’abbandono di Matteo Renzi era nell’aria, ma che può rappresentare un momento di chiarezza, Giovanni Zarro ribatte che è maledettamente bugiardo quando ha detto di essere andato via perché si sentiva come un intruso o un corpo estraneo, Antonio Furno ribadisce la sua contrarietà ai partiti personalistici. Come ha reagito il Partito Democratico del Sannio alla clamorosa fuoriuscita di Matteo Renzi? Abbiamo ascoltato le opinioni di un nutrito gruppo di dirigenti e militanti. Lo scossone ha creato sicuramente irritazione e smarrimento, anche se la linea renziana a Benevento non ha mai sfondato, considerando tutte le primarie nazionali e regionali.

All’inizio con l’ex leader si schierarono subito Fausto Pepe ed il gruppo di “Lealtà”, Mino Mortaruolo, Carmine Valentino, Franco Damiano, Cosimo Lepore, Luigi Scarinzi, Marcello Palladino, Giulia Abbate, Francesco Nardone. Poi ognuno ha preso un’altra strada. Gran parte del partito ha seguito l’orientamento del deputato Umberto Del Basso De Caro, quasi sempre alternativo alle posizioni del politico fiorentino, confermando e consolidando l’impianto originario, progressista e riformista, del Pd.
Un’impostazione rilanciata con forza da Andrea Orlando, vice segretario nazionale nella recente assemblea provinciale. “Renzi punta a fare una forza moderata -ha evidenziato- in contrapposizione al populismo. Noi siamo altra cosa. Dobbiamo reinventare un nuovo partito progressista. Mettendo al centro la giustizia sociale e la sostenibilità ambientale. Niente può rimanere fermo. C’è bisogno di una profonda rottura. Non si tratta di rispolverare vecchie glorie. Quando si fa una segreteria regionale di 25 persone non si è capito proprio niente. Non abbiamo bisogno di costruire una pax interna, ma una pax con la società”.
Alcuni non riescono a spiegarsi le ragioni politiche dello strappo di Renzi. Altri sono preoccupati per il momento politico in cui è avvenuto. Come sarà il cammino del governo con i Cinque Stelle? “La scelta di Renzi è sbagliata -sottolinea Giovanni Zarro- perché intanto frantuma il Pd e il suo gruppo parlamentare. Ma soprattutto mette in fibrillazione il governo perché lui per crescere ha bisogno di distinguersi e questo può destabilizzare la maggioranza. Come fa a sentirsi un intruso uno che ha fatto il segretario e il presidente del consiglio? E’ solo una maledetta bugia. Dice che vuole guardare al centro, ma oggi questo spazio non c’è più, perché vive nel centrodestra e nel centrosinistra, non essendoci più gli estremismi di una volta”.
“La sua scelta è stata inopportuna -sostiene Giovanni Cacciano, vicesegretario provinciale- si è visto che nella storia della sinistra le scissioni producono sempre danni. Non ne colgo le ragioni politiche. Nel Pd convivono varie sensibilità. Renzi ha condotto il partito al 40 per cento, ma è stato anche protagonista di un’azione di scollamento verso il popolo del centrosinistra. Noi dobbiamo rilanciare la linea politica, anche con un congresso tematico. Perché l’alleanza coi Cinque Stelle vada avanti c’è bisogno dell’impegno di tutti. Può essere replicata nei territori con scelte autonome”.
“Questo strappo di Renzi -osserva Enzo Forni Rossi, sindaco di Arpaise- è arrivato nel momento sbagliato, è da irresponsabili dividere il partito in questa fase così delicata e particolare. Dopo una svolta sofferta, sembra anacronistico, impensabile. L’accordo con i grillini è molto rischioso. Bisogna avere i risultati, altrimenti sarà un massacro. Il Pd deve rimanere compatto”. “Non ho condiviso la sua decisione -dice Cosimo Lepore, consigliere comunale- gli auguro buon lavoro e buon radicamento sul territorio. Io sono stato tra i primi sostenitori. Non può ritenersi un corpo estraneo uno che è stato eletto segretario con le primarie sfiorando il 70 per cento”.
“Comprendo la scelta di Matteo Renzi -afferma Antonio Furno- per le difficoltà incontrate nel partito. Però, io non sono a favore del partito personalistico, guidato da un singolo. A me piace restare in un partito plurale, grande come il Pd. Quindi capisco, ma non apprezzo. Quando si è minoranza è giusto restare, portare le proprie idee e cercare di cambiare la linea della maggioranza. Dobbiamo ripartire con proposte forti e con eventi popolari”. “Si tratta di una scelta da rispettare -fa notare il capogruppo Francesco De Pierro- ma è troppo affrettata. Io sono per la pluralità del pensiero e dell’azione. E’ tempo di unire le forze per ridare centralità al centrosinistra su obiettivi comuni”.
“Io penso che Renzi abbia fatto bene ad andarsene -rileva il giovane Paolo Cavallo- dopo gli insulti ricevuti. Non è stata una scelta del tutto surreale. Con la mossa dell’estate ha incastrato tutti, favorendo l’alleanza con i pentastellati. Guardavo a lui quando sono entrato nel Pd. Ma io rimango qui accanto al gruppo dirigente beneventano”. “Ai più è apparsa una scelta incomprensibile -aggiunge Giovanni De Lorenzo, segretario cittadino- col governo appena nato e con i sottosegretari che avevano appena giurato. Il suo obiettivo è quello di essere determinante. Non è vero che è stato trattato come un intruso. Il Pd deve ritornare a discutere sui territori, evitare personalizzazioni. Soprattutto dopo la nascita del nuovo governo, sapendo che l’alleanza realizzata era la meno peggio, l’unica possibilità, ma va giudicata sui fatti”.
“La scelta non è stata dettata da ragioni politiche -dichiara Antonella Pepe- ma riguarda obiettivi di un pezzo del ceto politico del Pd. Rimane un tema vero: il Pd ad oggi non è mai nato realmente come comunità politica, questo ha determinato una serie di scissioni. Chi ha avuto l’onore e l’onere di fare il segretario quasi con un plebiscito, non può non sentirsi a casa nel Pd. Bisogna guardare le cose in faccia. Di questa uscita eravamo tutti a conoscenza. Ora bisogna dimostrare di saper governare bene coi nuovi alleati”.
“Una scelta che non deve essere vista semplicemente come un atto di indebolimento contro il partito-argomenta Carmine Valentino, segretario provinciale- ma una scelta che era nell’aria, nelle cose, è un momento di chiarezza, che servirà in prospettiva in un quadro di centrosinistra. Quando c’è una fuoriuscita è sempre una perdita. Coi Cinque Stelle abbiamo avviato un laboratorio politico, che ora va calato sui territori”. Per ora non si registrano rilevanti migrazioni verso “Italia Viva”, la nuova creatura di Renzi. Con l’ex premier si sono imbarcati Antonio Iesce, dirigente provinciale, l’assessore Bepi Izzo e quattro esponenti del circolo di Montesarchio, tra cui Monica Castaldo, a Benevento l’ex assessore Luigi Ionico (La mia natura di cardiologo mi obbliga ad andare dove mi porta il cuore).
“Una scelta sbagliata in un momento difficile -ragiona Italo Palumbo- nessuno ha mai detto che si doveva rottamare Renzi. Non è stato messo fuori. La linea l’ha determinata lui nella formazione del nuovo governo, che ora bisogna vedere alla prova dei fatti. Comunque era l’unica condizione che consentiva al Pd di uscire dall’angolo. C’è un percorso tutto da costruire, anche perché andremo molto probabilmente ad un sistema elettorale diverso da quello attuale e nessuno può pensare all’autosufficienza. Uno dei limiti dell’era Renzi è stato quello di pensare di essere autosufficienti. Dobbiamo rivolgere la nostra attenzione alle classi deboli, al ceto medio in difficoltà, in un dialogo costruttivo con l’Europa”.
“L’ex segretario ha compiuto un atto inopportuno -dichiara Mena Laudato- è stato osannato per molti anni. Nei territori c’è stato un fiorire di renzismo. Ma sono rimasti gli stessi gruppi dirigenti. Il Pd deve cambiare, conquistando soggetti, luoghi, persone, attraverso un contatto con la gente, che spesso è mancato. Basti pensare che nel mio comune, Arpaise, alle ultime europee è stato il primo partito, secondi i Cinque Stelle, terza la Lega. Questo vuol dire che dove lavori bene, in stretto rapporto coi cittadini, i frutti arrivano”.
La svolta del governo giallo-rosso è una sfida, ma può essere per il PD una grande occasione per la rigenerazione del centrosinistra. “Per rilanciarci -conclude Zarro- c’è bisogno di uno scatto, di quello scatto di reni che i ciclisti fanno vedendo il traguardo. Conta il contatto con la gente, ma anche il linguaggio semplice, la comunicazione efficace”. A Benevento lo stesso coordinamento cittadino ha riconosciuto la necessità di un’opposizione più coordinata ed incisiva all’amministrazione Mastella.
E’ tempo di lavorare per l’alternativa, cominciando ad individuare già il futuro candidato sindaco. Accendendo i riflettori in modo incalzante sui “problemi veri e seri” della città, dalla questione ambientale ai servizi per le contrade, dai temi sociali ai beni culturali, con approfonditi e documentati dossier. Facendo sentire la propria vice anche sul tema della legalità e del lavoro. “Che ne vogliamo fare – ha suggerito Michele Martino di Libera nella Festa de L’Unità- dell’ex cementificio Ciotta, confiscato alla criminalità organizzata, in contrada Olivola? Perché non farne un sito di riciclaggio dei rifiuti e un’occasione di lavoro, come è avvenuto a Melizzano e Castelvenere?

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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