“Il Premio Strega a Benevento? Mai dire mai”. Ma Mastella dimentica Rea vincitore del premio

La presentazione di una sorta di “semifinale” del Premio Strega è stata l’occasione per rilanciare ancora una volta la proposta di tenere un giorno a Benevento la proclamazione dei vincitori, che ogni anno si svolge a Roma, al Ninfeo di Villa Giulia, ai primi di luglio.

Alla richiesta del sindaco di Benevento, Clemente Mastella, non sono state chiuse tutte le porte. “Mai dire mai -ha risposto cauto Giuseppe D’Avino, presidente Strega Alberti- quello è un premio molto romano, ha una storicità legata al luogo. Questa 74° edizione conferma la vitalità di un concorso e rappresenta un’iniezione di fiducia per l’editoria e la cultura”.

Il sindaco ha incalzato proponendo di alternare lo svolgimento della finale, un anno a Roma ed uno a Benevento. Dal canto suo, il presentatore Gigi Marzullo ha suggerito una soluzione da “Italia Unita”, facendo un’edizione anche al nord. “Io sono un soldato – ha ribattuto Stefano Petrocchi, direttore Fondazione Bellonci- faccio quello che decidono i vertici. Se il premio si deve spostare qui, lo organizzeremo come sempre alla grande col mio staff”. Poi Petrocchi ha rimbeccato Mastella, che ricordando i tempi della Rai di Napoli, di quando stava nella stessa stanza con Domenico Rea e Luigi Compagnone, “due maestri di vita per me, che, però non hanno vinto il Premio Strega”.

“Voglio ricordare -ha specificato Petrocchi- che Mimì Rea ha vinto il premio nel 1993, con “Ninfa plebea”. Come facevamo a farcelo scappare?”.

Il presidente D’Avino ha sottolineato di essere stato sempre super partes rispetto agli scrittori, pur avendo molto amato Primo Levi con “La chiave a stella”. “Voglio farvi sapere – ha aggiunto- un particolare in questo luogo storico: Giuseppe Alberti, fratello di Guido, nel dopoguerra, promosse con altri il restauro del Teatro Romano come presidente dell’Ente Provinciale per il Turismo”. II sindaco ha poi tracciato un quadro della città.

“Ho visto tante disuguaglianze -ha ammesso candidamente Mastella- che affliggono i ragazzi del quartiere più povero della città, Rione Libertà. Ho conosciuto le difficoltà e i bisogni quotidiani delle persone che vivono nelle case popolari, dove stanno in sei in due stanzette. C’è bisogno di un piano di manutenzione e ristrutturazione. La periferia deve essere uguale al centro. Per il futuro Benevento avrà una fermata dell’Alta Velocità “Napoli- Bari” e sarà ristrutturata la Stazione Centrale”.

Sul palcoscenico del Teatro Romano i sei scrittori finalisti del Premio Strega hanno letto alcuni passi dei loro romanzi. Poi, stimolati dalle domande argute e impertinenti del conduttore Gigi Marzullo, hanno parlato della trama essenziale e dei personaggi principali. L’incontro culturale ha simboleggiato la ripartenza dopo il periodo cupo ed angosciante del coronavirus. Un primo momento comunitario per ritrovarsi e tornare a discutere del nostro presente e dei destini dell’umanità. In grande stile. Attraverso libri, legati in gran parte all’attualità, alla società contemporanea, agli amori, alle speranze e alla voglia di combattere.

“Siamo come in un dopoguerra -osserva Gian Arturo Ferrari, in gara con “Ragazzo Italiano”- dovremo affrontare una ricostruzione. Ai tempi di mia nonna si guardava avanti. Non volle parlare mai della storia della sua famiglia emigrata in Argentina, quando lei aveva appena 20 anni e il marito 25. Apparteneva ad una generazione coraggiosa. Lo sfondo del mio libro è autobiografico. Racconto della ripresa industriale, della Milano socialdemocratica. La generazione di oggi è figlia del benessere. Ma la crescita è fatica ,non una passeggiata, né una passerella. Il mio timore principale è che si guardi indietro”.
Il giovane Jonathan Bazzi racconta in “Febbre” la scoperta dolorosa dell’Aids di un ragazzo che vive nelle case popolari di Rozzano, estrema periferia sud di Milano, mentre la scrittrice napoletana, Valeria Parrella, in “Almarina”, parla del lavoro dell’insegnante Elisabetta Maiorano nel carcere minorile di Nisida. “Dove c’è un minore colpevole -riassume- c’è un adulto colpevole. Se ci sono tanti giovani detenuti, la colpa è anche nostra. Vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Mentre i nostri i figli studiano, giocano, si fidanzano, tanti altri soffrono. L’attenzione verso questo mondo è un’occasione di redenzione anche per noi”.
Rivolge invece lo sguardo profondo ai malati di mente “che non guariranno mai perché non sono malati”, Davide Mencarelli con il libro “Tutto chiede salvezza”, dedicato ai “pazzi di tutti i tempi, ingoiati nei manicomi della storia”. Una storia d’amore intrecciata con le sofisticazioni della giustizia sta al centro del romanzo “La misura del tempo” di Gianrico Carofiglio.

“Verità e narrativa si mescolano -sottolinea lo scrittore barese, già magistrato e parlamentare- la donna del libro, Lorenza, è per me quella ideale. Durante il lockdown ha vissuto un rallentamento delle giornate ed un’accelerazione delle settimane”.

Una grande fiducia nei giovani ed in particolare nelle adolescenti arriva da Sandro Veronesi in concorso con “Il colibrì”.

“La soluzione dei problemi -evidenzia lo scrittore, che ha già vinto il Premio Strega nel 2006- che noi abbiamo creato ed aggravato, la troveranno i nostri figli. Sarebbe bello dare il potere ai bambini e soprattutto alle giovani donne. Volevamo cambiare il mondo e invece il mondo ha cambiato noi? C’è anche una terza via: non volevamo cambiare niente e non è cambiato niente. Ho già vinto una volta? Lo so che non si può sentire “vincere ancora”. Ma ho molta fiducia in questo libro, perché mi è riuscito bene”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.