INTERVISTA A JEAN PIERRE EL KOZEH. “Benevento è una città bollita. L’assuefazione al mastellismo ha creato rassegnazione e ucciso vivacità e intraprendenza”

Jean Pierre el Kozeh non è mai intervenuto su argomenti di natura strettamente politica, attenendosi, nei suoi interventi, a quello che è il suo ambito professionale che è la cultura e l’entertainment, ma le ultime evoluzioni, soprattutto in casa Mastella, non possono averlo lasciato indifferente o non aver provocato una riflessione. 

Jean Pierre, noi ci diamo del tu nella vita, sarebbe ipocrita darci del lei nell’intervista, pertanto conserveremo nella nostra chiacchierata il tono confidenziale, se sei d’accordo.

“Assolutamente sì”.

Toglimi una curiosità: nel 2016, tu hai diretto la campagna elettorale di Gianfranco Ucci da candidato a sindaco di Benevento. I toni verso  Clemente Mastella furono spesso e volentieri tranchant ed aspri, a tratti perfino censori. Cosa pensi della giravolta di Ucci, passato addirittura a guidare l’ennesimo partitino prêt-à-porter messo in campo da Mastella per le Regionali?

Con Gianfranco e altri amici abbiamo condiviso, prima ancora che un progetto, un’idea: quella di una Città plurale, partecipe, tenacemente e orgogliosamente ancorata alla sua storia ma altrettanto fortemente proiettata nel futuro e che, soprattutto, fosse “umana”.

Percepivamo infatti che il  problema principale della Città (scrivilo con la c maiuscola, per favore) di allora fosse lo sfilacciamento del senso di comunità. Quando non ti senti parte di qualcosa giochi per te stesso ma così, nello sport come nella vita o nella competizione dei territori, non si vince. E nella nostra idealità Benevento sarebbe dovuta diventare una Città dove i suoi giovani desiderassero restare e non fuggire via diventando il vero valore aggiunto della nostra realtà. Su quest’idea abbiamo costruito un progetto, coagulato attenzione e  interesse, raccolto contributi di idee nonché convinto amici ad affiancarci e altri a votarci. La storia di Mastella era ed è storicamente agli antipodi di quell’approccio e di quell’idea di Città e questo era il motivo sostanziale del contendere: lui ha sempre visto i territori solo come bacini elettorali, le comunità  acqua da pastura dove l’esca è la piccola o grande prebenda e il numero di voti raccolti non come leva per negoziare e ottenere crescita del territorio, ma agibilità personale e potere.

Comunque, quando perdemmo le elezioni e lui vinse sospendemmo il giudizio volendo verificare se mai avesse avuto una conversione sulla via di Damasco magari favorita dall’età e, soprattutto,  perchè su una vicenda di gestione locale non si era mai misurato.

Abbiamo avuto invece la conferma che se c’è una cosa che non difetta a Mastella questa è sicuramente la coerenza.

Francamente, non so oggi cosa abbia potuto far cambiare idea a Gianfranco, non ci siamo sentiti. Sicuramente non un progetto politico che metta al centro la Città evidentemente inesistente: magari uno partitico dove Gianfranco che ha una cultura di servizio pensa magari di poter un giorno incidere nelle scelte in modo positivo.

Ma questo vuol dire sottovalutare la pervicacia del mastellismo e il feroce autoritarismo travestito da bonomia includente di Mastella“.

Ucci, però, è solo l’ultimo in ordine di arrivo sul carro di Clemente Mastella. Prima di lui ci sono stati Pasquariello, Capuano, Nicola Boccalone ed altri, insomma un pezzo della classe dirigente della destra di questa città si è scoperta più realista del re, ovvero più mastelliana di Mastella. Come lo spieghi?

“Beh, se consideriamo anche coloro che non sono stati “premiati”. alla fine mi sembra che non ne sia rimasto escluso alcuno tranne quel galantuomo di D’Alessandro.  

Chiaramente si tratta di eterogenesi delle motivazioni che potremmo ricondurre, a seconda dei casi, a tre categorie di sentimenti: disillusione o dissapore, sensibilità al potere o richiamo della foresta. Sta di fatto che tutti sono li anche grazie all’esperienza di governo legata al periodo viespoliano che ad oggi resta l’ultimo periodo di buona governance del territorio e di crescita organica e prospettica della Città.

Certo quella cui abbiamo assistito è una mutazione antropologica che meriterebbe un indagine sociologica. Perché se è pur vero che la politica è l’arte di rendere plausibile l’implausibile nascere con Viespoli e morire con Mastella è dura da spiegare. Innanzitutto a se stessi“.

In realtà, oggi, Clemente Mastella domina la scena politica locale. Per meriti suoi o per demeriti altrui?

Questa Città ha due anime: quella che soggiace al potere e quella che vorrebbe reagire. Al di là di una certa ovvietà della lettura, dirò, invece, una cosa che potrà stupire: credo che la prima, quella che soggiace al potere, sia minoritaria. Diventa maggioritaria per mancanza di alternative e non mi riferisco solo alla proposta politica ma anche e soprattutto alla quotidianità, alle opportunità lavorative. La seconda anima, che potrebbe invece essere maggioritaria, è frammentata perché vive di individualità e protagonismi incapaci di aprirsi al vero confronto e poi di fare sintesi convinti ognuno di essere depositario dell’unica verità. E così resta minoritaria e sconfitta. E quindi frustrata e talvolta incattivita. E Mastella imperversa“.

Che città è diventata Benevento dopo 5 anni di governo mastelliano?

“Bollita. Come la rana di Chomsky che messa a bagno in una pentola piena d’acqua riscaldata lentamente, si assuefa al calore e non si accorge di morire.

L’assuefazione al mastellismo crea rassegnazione e uccide la vivacità e l’intraprendenza. Le conseguenze sono desertificazione intellettuale e imprenditoriale e rattrappimento. Mai come oggi la Città è isolata, tagliata fuori da ogni dinamica o relazione con contesti più ampi. Se non fosse per il calcio Benevento potrebbe anche sparire dalla cartina geografica e nessuno se ne accorgerebbe: e il calcio rischia oggi di essere la temporanea gratificazione collettiva che distrae la comunità dal confronto con se stessa e dall’autocritica. E magari dal riscatto“.

Tu non è mai stato tenero con l’ex assessore alla Cultura, Raffaele Del Vecchio.  Teatri ancora chiusi, nessuna visione di lungo periodo, kermesse che durano lo spazio di un’estate, programmazione inesistente: non sembra ci sia stata la svolta che la città si aspettava. Chi metti sul banco degli imputati ora? 

“Raffaele era un discreto automobilista della domenica cui è stata messa in mano una macchina di formula 1: convinto di saperla guidare l’ha schiantata. Non ho mai capito perché si sia incaponito a tenersi quella delega che per una città come Benevento era una materia che, soprattutto nel 2000, devi saper maneggiare con mentalità e visione manageriali. L’esatto opposto di quello che ha fatto Raffaele. Poi, però, è arrivato Picucci, in termini di politiche culturali il vuoto pneumatico assoluto e Raffaele è sembrato quasi un gigante. La Del Prete poi ha fatto anche lei un’operazione di posizionamento personale che la obbliga chiaramente a non disturbare il manovratore. E quindi siamo esattamente a dove eravamo 4 anni fa con l’aggravante che il mondo va avanti e non aspetta la bella città stregata. Intanto assistiamo al sistematico depauperamento delle risorse e delle competenze come nel caso dell’ultima sconcertante vicenda che ha coinvolto le cooperative di gestione dei beni museali e della biblioteca provinciali.

Il simbolo di questa inedia e disinteresse sono ancora gli affreschi dei Sabariani: un esempio di scellerata incapacità amministrativa, disprezzo per i beni pubblici e totale insensibilità culturale. Un reato contro il patrimonio dell’umanità che solo l’indifferenza beneventana può  lasciar correre sotto silenzio”.

Maurizio Costanzo, qualche giorno fa, ha sollecitato il sindaco Mastella a fare di nuovo di Benevento un palcoscenico teatrale di rilievo nazionale. La risposta è arrivata dal direttore artistico di Città Spettacolo, Renato Giordano, che ha messo sul tavolo i numeri delle presenze che oggi la kermesse riesce ad attrarre. È la strada giusta? Sono i numeri il metro di misura?

Mah, che dire… Costanzo scrive a Mastella e lui, come un ventriloquo epistolare, fa rispondere a Giordano, un eterno nominato che cerca così di darsi uno status. Una vicenda di una ineleganza assoluta.

Entrando poi nel merito è chiaro che i numeri sono importanti. Ma solo se si è in grado di dargli un valore.

Quello che traspare dalla risposta è che Giordano ragiona non da direttore artistico ma da organizzatore di eventi. E come tale misura il successo delle iniziative da lui proposte: sulle presenze fisiche. Un direttore artistico dovrebbe invece ragionare in termini di contributo dato con la sua attività alla crescita culturale del pubblico che segue le sue iniziative e magari anche ai benefici duraturi che determina per il territorio in cui si ubicano. Con questa chiave di lettura le presenze rivendicate da Mastella per il tramite di Giordano perdono totalmente consistenza. Tecnicamente si dice che valgono zero in termini di accountability. Mi spiego meglio.

Facendo un conto sommario in 4 anni credo siano stati impegnati per le varie attività dirette o coordinate da Giordano circa 1.200.000,00 di euro.

Ci sono realtà come ad esempio Pordenone dove ogni euro speso per una rassegna che li si realizza ne produce circa 7 che restano sul territorio cioè contribuisce in modo significativo al suo PIL. E ci sono intorno a quella iniziativa imprese culturali che lavorano tutto l’anno impegnando quasi un centinaio di persone. Altro impatto positivo per la loro comunità. Non lo dice Jean Pierre el Kozeh ma uno  studio della Bocconi.

La domanda allora è: qual è l’impatto positivo duraturo per la Città dopo quattro anni di gestione artistico/spettacolari della ditta Giordano/Mastella?

Le attività commerciali hanno un fatturato più alto? E le strutture di accoglienza e ristorazione? O il turismo si è per caso incentivato significativamente? E quante industrie culturali o associazioni culturali sono nate a Benevento in questi anni?

Se a Benevento in questi 4 anni si avesse avuto la capacità di fare lo stesso che a Pordenone, e Pordenone ha un centesimo delle nostre potenzialità turistiche, la Città avrebbe avuto una ricaduta pari a circa 8.500.000 €. Cioè più di 2 milioni l’anno contro 300.000 spesi.

Insomma, è mai possibile che nel 2000 in ambito culturale si possa essere solo capaci di fare spesa e non ragionare in termini di investimento?

Evidentemente sì se si ragiona solo dal punto di vista del consenso elettorale e non di crescita del territorio. E qui torniamo a quanto detto prima.

Il mastellismo non prevede crescita perché crescita vuol dire affrancarsi dai bisogni: e il consenso di Mastella invece si basa solo sullo stato di bisogno permanente“.

L’anno prossimo ci saranno nuove elezioni. Il sindaco uscente, sull’onda del sondaggio del Sole 24 ore, ha annunciato la ricandidatura. Che scenario intravedi per il 2021? 

“Mi sembra un film già visto. E ho la sensazione che anche il finale sarà lo stesso. Ma questo non è una giustificazione a non provarci per chi vuole cambiare qualcosa. Ma qualsiasi alternativa deve essere credibile, avere l’aspirazione e la dimensione di un progetto con la prospettiva dei prossimi venti anni e non un’accozzaglia elettorale contra personam che poi o esplode per le contraddizioni che porta in seno o governa con lo stesso schema mastelliano della prebenda e del “tecchete e damme”. Altrimenti teniamoci pure l’originale che almeno è un simpatico nonno e porta i cantanti”. 

“.

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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