Intervista a Jean Pierre El Kozeh: “Questa Città Spettacolo soffre di una visione localistica”

Iniziamo dai fatti più recenti. Hai sostenuto la rassegna “I concerti della bottega” e poco tempo fa la pulizia del campanile di Santa Sofia.

Benevento mi sta molto a cuore e finché potrò, seppure i miei interessi professionali oggi sono altrove, cercherò sempre di dare un contributo alla sua crescita. Questi due episodi sono i primi di una serie di iniziative che con la mia società sosterremo o realizzeremo direttamente per cercare, nel nostro piccolo, di favorire progetti artistici di qualità o il recupero della nostra memoria storica e del nostro patrimonio.

Hai parlato di qualità: l’assessore alla Cultura dice che l’obiettivo di questa Amministrazione è quello di operare nella discontinuità. Per cui hanno scelto strade di largo consumo piuttosto che di nicchia.

La cultura e la qualità non sono nicchia o almeno non lo sono necessariamente. La stessa storia di Città Spettacolo lo testimonia: una rassegna di qualità che nei suoi primi venticinque anni di vita ha catalizzato grande attenzione sulla nostra Città e che tutta la Città viveva soprattutto nelle edizioni degli anni 2000 con le intuizioni dei programmi di Molliche Musica e Molliche Teatro che facevano diventare palcoscenico ogni angolo della Città e riempivano piazze e vicoli. E se qualcuno pensa che quello sia stato un periodo passato e irripetibile ci sono varie esperienze attuali  in Italia che testimoniano il contrario: per estremizzare Pordenone Legge o il Festival della Mente di Sarzana muovono centinaia di migliaia di persone ogni anno oltre che il pil delle aree in cui sono ubicate. Oggi, come c’è una ricerca diffusa di qualità nella proposta turistica c’è anche in quella artistico-culturale che, se ben concepita, a sua volta diviene turistica.

Ma la direzione nazional-popolare di Città Spettacolo, almeno a detta degli organizzatori, va proprio nella direzione di far diventare la rassegna un evento di richiamo che muova verso Benevento turismo…

Nella recente conferenza stampa mi sembra che sia rinunciato a questa velleità che veniva riproposta alla presentazione di ogni evento nell’ultimo anno e che faceva quantomeno sorridere se si guardava poi il budget allocato sulla comunicazione, bassissimo anche nel caso di questa edizione di Città spettacolo: secondo gli organizzatori come farebbero i potenziali fruitori di altre Regioni a sapere che c’è una rassegna a Benevento? È chiaro che non ci credevano neanche loro e finalmente hanno smesso di dirlo con il Sindaco che addirittura chiede di dar vita al passaparola.

E del resto perché le persone dovrebbero venire qui da altrove a vedere qualcosa che possono tranquillamente avere a casa loro visto la mancanza di originalità delle proposte? Lo sa che Renzo Arbore e l’Orchestra Italiana si esibiranno ad ingresso gratuito tra qualche giorno alla 40a edizione del Festival della mozzarella di Cancello e Arnone?

È quindi chiaro che la visione sia localistica: si vuole soddisfare un mal interpretato bisogno di festa dei beneventani costruendo un cartellone con personaggi nazional popolari (tra l’altro alcuni pure datati) e si anticipa il periodo per intercettare il pubblico proveniente dai paesi limitrofi che in quel periodo sono pieni per il rientro dei “migranti” e questo per poter poi dire che la Città era piena di gente che viene da fuori. Una sorta di pseudosagra delle sagre con tutto il rispetto per queste ultime che sono invece manifestazioni di tradizione contadina legati talvolta a cicli antichi alle quali avremmo dovuto prestare maggiore attenzione per evitare che questo patrimonio si disperdesse.

Molti però dicono che Città Spettacolo è morta. 

Non è morta la rassegna ma è venuta meno la forza propulsiva che è alla base di ogni attività artistica: la creatività.

La direzione artistica dovrebbe avere questa funzione. Da Moscato in poi c’è stato però un esaurimento di questa componente: non si è più innovato, non si è più fatta ricerca, sfidato. Quella di Giordano è solo il capolinea del declino della creatività e della fantasia che si manifesta con la replica parossistica dell’unico modello che si conosce: personaggi prevalentemente televisivi o di cassetta certa abbinati al cibo. Una Quattro Notti che si replica all’infinito cambiando nome a seconda dei periodi e che oggi cannibalizza Città Spettacolo. 

Eppure ad avere un po’ di fantasia Benevento offre un’infinità di stimoli…

Ad esempio?

Ad esempio basterebbe guardare alla sua storia.

La centralità storica della Città nel Mediterraneo la farebbero essere sede ideale di un festival internazionale in cui sia presente ogni Paese che si affaccia sul Mare Nostrum con una rappresentazione artistica di qualsiasi forma: teatro, musica, letteratura, danza.

Si potrebbe lavorare con le Ambasciate e rischiare anche di rientrare nelle loro attività di promozione culturale e operare così dei risparmi. A quel punto anche la gastronomia avrebbe un senso intesa come esplorazione di tradizioni diverse.

Così come si potrebbe lavorare anche su tante altre tematiche di cui abbiamo il copyright esclusivo ma non voglio dare l’impressione di voler rubare il lavoro ad altri e per non dare questa sensazione io “quoto” molto semplicemente un concorso nazionale di idee: il fatto stesso di bandirlo, se fatto bene, sarebbe una notizia che porrebbe Benevento al centro dell’attenzione nazionale.

A proposito di “pseudo” l’assessore Picucci ha espresso in un post il suo disappunto per le critiche alla rassegna definendo chi le fa pseudointellettuali, nostalgici o altro. Che ne pensi?

Fa tristezza quando un politico, tra l’altro giovane, si chiude a riccio e evita il confronto con la denigrazione o la deligittimazione. Il post l’ho letto e fa anche riferimento alla “gente” che invece, a suo dire, apprezza il suo operato. Poiché ho visto che gli piacciono le citazioni e che ne ha postato una sulla critica di De Lèvis potrei rispondergli con le parole di Diderot “noi trangugiamo avidamente ogni menzogna che ci lusinga, ma beviamo solo a piccoli sorsi la verità che troviamo amara”. Quello dell’insofferenza alla critica è comunque una malattia che colpisce da dieci anni chiunque vada a fare l’assessore alla Cutura in questa Città. O forse colpisce solo coloro che vanno a farlo senza cognizione di causa.

Comunque in senso più lato la critica è da sempre il motore dell’umanità, quella che fa mettere in discussione le cose e consente di migliorarle. La critica è alla base della dialettica e non a caso quella che racconta la nostra evoluzione Hegel ha voluto chiamarla dialettica storica.

È chiaro che per chi è preoccupato solo del consenso elettorale i cittadini critici, e quindi la cultura che aiuta a formarli, sono un problema.

Brougham diceva che la cultura rende un popolo facile da guidare ma difficile da trascinare, facile da governare ma impossibile a ridursi in schiavitù.

Io, da beneventano, a questo punto una domanda in merito me la farei.

Giordano ha detto che chi critica la sua attività non è un addetto ai lavori e che lui ha trent’anni di attività.

In realtà Giordano ha detto qualcosa di più preoccupante e cioè che si può criticare la qualità degli spettacoli ma non le sue scelte che le hanno determinate e che queste sono state operate in base a ciò che lo emoziona.

La cosa credo che si commenti a sola.

Per il resto cosa posso dire? La cultura è cosa troppo seria per finire, come si dice a Benevento, “a chi songh’io e chi si tu” o a chi ha il curriculum più lungo. Questa è l’ultima spiaggia di chi non ha altri argomenti.

Ho saputo che di recente ha vinto un bando del Conservatorio per una docenza in progettazione e organizzazione di eventi per cui gli faccio i migliori auguri.

Il problema è che una direzione artistica non è propriamente la semplice organizzazione di eventi “che ci emozionano”, non è fare la spesa tra le circolari dei promoter musicali e scegliere l’artista di maggior successo in proporzione al budget e poi cercare di arrabattare un programma chiedendo sacrifici agli artisti del territorio e inventandosi artifizi amministrativi come la doppia rassegna nello stesso periodo.

Il direttore artistico dovrebbe esprimere un’idea che, per una Città pregna di Storia come Benevento e che è già emozionante di suo, dovrebbe innanzitutto essere integrata concettualmente nel contesto e poi fare le conseguenti scelte artistiche coerenti con l’idea guida. Per capirci, Giordano, oltre l’esibizione curriculare, non ha mica spiegato che c’entra Moro con “A Sud di nessun Nord”; l’unico motivo vero è intercettare il pubblico giovanile ma a questo punto qualsiasi artista in hit parade andrebbe bene.

E comunque trent’anni di esperienza non gli hanno comunque fatto evitare l’ingenuità di non verificare se il nome scelto non sia già stato utilizzato per un’altra rassegna ad Asti come ha evidenziato Elide Apice su Facebook.

L’insofferenza alla critica sembra non essere solo appannaggio degli assessori alla cultura. Il direttore artistico di BTC Frascadore ha riposto a muso duro a un articolo di Carlo Panella su Il Vaglio.

La risposta di Frascadore è figlia dei tempi. Il direttore artistico, a mio avviso, dovrebbe avere un ruolo sociale. Come ogni professionista ha sì il diritto di difendere il proprio lavoro ma come operatore culturale ha anche il dovere di far si che ogni sua azione professionale sia volta alla crescita collettiva. Oggi invece viviamo nel mondo del conflitto permanente, della rissa da talk show (una volta si diceva da bar) e chi pensa che quello sia il riferimento comportamentale agisce di conseguenza. E così assistiamo all’ennesimo esercizio muscolare di chi manifesta la propria disapprovazione sminuendo l’interlocutore e sentendo poi la poco elegante esigenza, seppur in questo caso sotto forma di artifizio retorico, di mettere in evidenza il proprio curriculum. La riedizione della logica del “chi song’io e chi si tu” di cui sopra che non si addice a una persona di cultura che per definizione è contenuto e argomentazione, magari anche conflittuale, ma mai offensiva.

Detto questo è chiaro che c’è un clima generalizzato di insofferenza a qualsiasi critica: per esempio sembra normale il fatto che un Sindaco senta l’esigenza di entrare in un locale pubblico affollato e redarguire veementemente i proprietari rei, a suo avviso, di  aver scritto un post in cui manifestavano il loro disappunto per il posizionamento di uno stand davanti al loro esercizio commerciale? O sentirgli apostrofare in conferenza stampa chi esprime critica con un “intellettuali dei miei stivali”? Che esempio l’Istituzione sta dando ai giovani? A questo punto è più che  chiaro che le parole del Brougham sono di una stringente attualità e che prima o poi  i Beneventani dovranno finalmente porsi una domanda esistenziale: sudditi o cittadini?

 

 

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