La Lettera dalla quarantena di BRUNO MENNA: “Divagazioni al tempo del coronavirus. Ferramenta aperte e librerie chiuse”

La nostra rubrica Lettere dalla quarantena parte da qui, dalla bellissima lettera di Bruno Menna.

Giornalista e scrittore, avido di storia, per sua stessa ammissione, Bruno sembra quasi andare controcorrente quando invita a non chiudere le porte alla cultura, a riaprire le librerie, a non arrenderci davanti all’aridità di una vita condotta in isolamento.

Mentre si contano i morti per Coronavirus, mentre il tempo si dilata e gli spazi si restringono, mentre il futuro vacilla, mentre siamo concentrati sull’imminente, Bruno Menna ci ricorda come la lettura possa aiutarci ad evitare una quarantena eterna dell’anima e della mente.

 

Cara Teresa,

sono giorni in cui i pensieri si affollano, i ricordi si affastellano, e le parole risentono dell’inedia forzata. Volendo accontentarci, ci sarebbe pure un piccolo aspetto positivo, quello cioè di avere un po’ di tempo in più per riflettere, che è cosa, tuttavia, difficile, abituati come siamo ai ritmi frenetici dei social. E lo affermo con sincero rammarico.

Sapevo che, in un momento tanto drammatico, certa politica e molto di quel che le ruota intorno (giornali e tv, per capirci) avrebbero fatto ricorso al vecchio armamentario: la difesa dei confini, il sigillo alle frontiere, il sacro suolo della patria, l’esecutivo di unità nazionale, il governo di salute pubblica, stringiamoci a coorte e via discorrendo.

Sapevo che dal cilindro, prima o poi, sarebbe spuntata l’evocazione del Piano Marshall, sulla scorta di quanto avvenne nel 1947. «Gli aiuti d’America ci aiutano ad aiutarci da soli», si diceva allora. Solo che adesso siamo nel 2020. Ne ha colto le differenze, ieri, in un intervento su “Il Dubbio”, il buon Ugo Intini: «Gli americani che lo lanciarono nel 1947 erano forti e vincenti, mentre i leader europei ai quali oggi lo chiediamo, sono piegati come noi dal virus».

Quello che non mi aspettavo, invece, è il richiamo continuo al Dopoguerra, sia quando pronunciato con tono ieratico, sia quando usato a casaccio.

Il tempo della riflessione, di cui parlavo all’inizio, evidentemente, non è uguale per tutti.

Il prof. Gianni Vergineo, che ho avuto modo di incontrare e di ascoltare in religioso silenzio negli ultimi anni della sua gloriosa vita, dispiegava la rinascita post-bellica su tre lustri, quindici anni. Dal 1948 al 1953, la ricostruzione; dal 1953 al 1958 l’industrializzazione; dal 1958 al 1963 il boom economico.

Partiva dal 1948, perché i cinque anni precedenti, dall’armistizio del 1943 in poi, erano serviti per rimuovere le macerie materiali e morali della guerra, per sfamare e medicare il popolo, per mettere alla porta (metaforicamente) gli alleati, per sedare nostalgie, intenti rivoluzionari e rigurgiti reazionari, per darci la Repubblica e la Costituzione, per tornare con prudenza, molta prudenza, alle urne, per firmare e deglutire i trattati di pace di Parigi, per fare cassa prima con i dollari di Truman e della Export-Import Bank e poi con il famoso Prestito della Ricostruzione (redimibile prima della scadenza quinquennale, con interessi annui del 3,50% per ogni cento lire di capitale, esenti da tassazione), per intercettare la liquidità dei ricchi e degli arricchiti con i saccheggi, il contrabbando e la borsa nera.

Venti anni, dunque, per farla breve.

Si può, giustamente, richiamare il forte spirito pubblico degli italiani, la loro resistenza alla sofferenza e la forte voglia di riemergere da quel drammatico periodo. Ma il paragone con l’oggi è frutto di fantasia o di quella eterna voglia di orientare il consenso, approfittando della confusione.

Perché accade?

Accade perché la Storia non sempre viene studiata e, spesso, si può manipolare a piacimento. «Gli storici bravi scrivono la storia. Chi non è storico scrive i suoi ricordi pensando di scrivere la storia», ha affermato, qualche tempo fa, lo scrittore turco Orhan Pamuk, Nobel per la letteratura nel 2006. Senza alcuna allusione, è evidente, ad Augias e a Scalfari. Anche perché, non sono note le sue doti di preveggenza.

Accade perché leggiamo poco e, presi da mille problemi, ponderiamo meno.

Accade perché continua a esserci la cesura tra il ceto intellettuale e chi deve pensare a sbarcare il lunario, tra gli opinion maker a contratto e chi spulcia il volantino delle offerte per la spesa alimentare, tra gli spin doctor e chi aspetta di avere un po’ di soldini in tasca, promessi e decretati.

Accade perché non c’è anelito culturale e sempre meno ce ne sarà, visto l’attuale stato di sofferenza economica e il nuovo, ahinoi, Cigno nero.

L’ho già scritto, in un post.

D’ora in poi, sarà ancora più improbo allestire una mostra d’arte, organizzare un concerto, una pièce teatrale o presentare un libro.

Accade perché, in giorni di restrizioni, restano aperti tabacchini, ferramenta, negozi per telefonini, acqua e sapone, ed edicole (dopo i lungimiranti titoli in prima pagina di Repubblica). Restano chiuse biblioteche e librerie, luoghi dove, in ogni caso, per testimonianza diretta, non sarebbe stato possibile creare assembramenti. C’era, forse, il pericolo che qualcuno approfondisse e sbugiardasse il mainstream dominante e rovinasse la festa ai Guardiani del tempio e ai Custodi dell’ortodossia?

Grazie dell’ospitalità e scusami se mi sono dilungato, nel mentre il triste bollettino della Protezione civile ci informa che cresce il numero dei positivi al Coronavirus e che siamo costretti a piangere, anche oggi, 662 nuove vittime. Ma ognuno ha le sue fissazioni. Ci sono altre priorità, ma io voglio continuare a sperare che la cultura non sia l’anello debole di questo morbo crudele.

Ps. A sera, rileggo gli articoli degli ultimi giorni di Alessandro Baricco, Sandro Veronesi, Paolo Rumiz, Gabriele Romagnoli. Sarebbe bello mandare anche loro in diretta Facebook. Una tantum”.

 

 

 

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