La storia di R.P: “Perseguitata dal mio ex marito mi sono salvata grazie all’ostinazione di due poliziotte. Ma la magistratura dorme sulle nostre denunce”.

 

R.P. vuole conservare l’anonimato. Il suo ex marito l’ha perseguitata per anni, con messaggi (anche 200 in un solo giorno) dal contenuto offensivo, diffamatorio, minatorio, con pedinamenti, appostamenti, minacce. Ora ha voglia di normalità e di silenzio. Il desiderio di essere invisibile è uno degli effetti collaterali della violenza sulle donne.

 

“Quando vedo i selfie scattati ai convegni organizzati per celebrare la giornata contro la violenza sulle donne e le paginate di dichiarazioni di circostanza, mi verrebbe da gridare. Provo rabbia, e anche rancore”.

Perché?

“Perché so cosa significhi avere a che fare con le istituzioni quando sei una donna vittima di violenza”.

Lei è stata vittima delle violenze di un uomo?

“Non di violenza fisica, ma psicologica. Ed è anche peggio, glielo assicuro”.

Addirittura? In che senso?

“Nel senso che se un uomo ti picchia, ti fa del male fisicamente, quella violenza lascia segni evidenti sul tuo corpo. Se sei vittima di una ripetuta violenza psicologica, è difficile che qualcuno ti creda e che, dunque, ti aiuti. Io ho attraversato l’inferno, ed ero sola”.

Sola? I suoi familiari, gli amici, non si è ritrovato nessuno al suo fianco?

“No. Purtroppo, in famiglia, resiste ancora un tabù difficile da estirpare: quello che accade in una coppia è affare della coppia. E’un po’ la logica secondo la quale “i panni sporchi si lavano in famiglia”, solo che qui la famiglia è composta da lui e lei. Gli altri, nella maggior parte dei casi, si dileguano. Così come accade che gli amici non abbiano voglia di essere coinvolti in situazioni che sfuggono alla loro comprensione e al loro controllo”.

Quando ha cominciato a subire questi atteggiamenti dal suo ex marito?

“Quando gli ho detto che dovevamo separarci. E’ stato sempre un uomo possessivo, ho realizzato solo dopo tanto tempo come sia stato subdolamente capace di isolarmi dal resto del mondo.  Quando mi sono ribellata allo status quo, è venuta fuori la sua indole violenta e prevaricatrice. Ho impiegato anni per comprendere che il suo non era amore, ma possesso”.

Cosa faceva esattamente?

“Mi insultava, inviava centinaia di messaggi al giorno con offese esplicite e minacce. Mi seguiva. Minacciava di presentarsi al lavoro e di fare una scenata in pubblico. Mi sentivo in una trappola mortale. Ricordo il terrore ad ogni notifica. I messaggi arrivavano ad ogni ora del giorno e della notte”.

Non denunciò?

A un certo punto sì, decisi di denunciare. Non ne parlai con nessuno, la mia famiglia stentava a capire. Avevo accompagnato le bambine a scuola, mi arrivò un suo messaggio, uno dei soliti “oggi sistemo tutto a modo mio”; più o meno era questo il contenuto. Cominciai a tremare, venivo da settimane di questi messaggi, convivevo con uno stress psicologico che non potevo condividere con nessuno. Decisi di andare in questura da sola a denunciare”.

E con chi parlò?

“Mi mandarono dal Comandante (omissis…). Ero in evidente stato di agitazione, gli raccontai i fatti, gli feci leggere i messaggi, compreso l’ultimo. Senza scomporsi, sollevò lo sguardo verso di me e mi chiese: “Ma lei lo ha tradito?

Reagì così, cioè le chiese se lei lo avesse tradito?

“Sì”.

E lei cosa fece?

“Risposi soltanto: perché cosa cambia? E lui, freddo:Se lo ha tradito, non può aspettarsi altro”. Fu agghiacciante. Recuperai il telefono e andai via. Aspettai che la giornata si spegnesse assieme ai suoi messaggi”.

Che continuarono nei giorni successivi?

“Certo, sono continuati per 4 anni”.

Quattro anni senza denunciare?

“Dopo un anno da quell’incontro alla questura di Benevento, una mia amica, preoccupata per me, mi trascinò da un avvocato, una donna, molto in gamba. Fu lei a portarmi in questura, dove nel frattempo avevano istituito una task force per seguire i casi di violenze sulle donne. La guidava una poliziotta. Il resto della squadra era composta da uomini, ricordo gli sguardi diffidenti e le battute insidiose dei poliziotti, che prontamente soffocava. Capii subito che combatteva anche lei una battaglia in solitudine.

Fu lei a darmi forza: acquisì tutta la chat whatsapp tra me e il mio ex marito, ritenne che fossi in pericolo di vita, mi convinse a sporgere denuncia. Mi sarei dovuta presentare per firmare  la denuncia, ma non lo feci. Ancora non so perché. La mia famiglia non capiva il mio disagio, mi sentivo carnefice più che vittima. Avevo paura per le bambine. E sa cosa fece questa poliziotta?

Cosa?

“Un giorno suonarono al citofono di casa. Era la polizia. Aprii, spaventatissima. Me la vidi comparire sull’uscio, in divisa, accompagnata da un altro poliziotto. Mi disse: “Sono venuta a vedere se sta bene, perché in base alle conversazioni tra lei e suo ex marito, la considero in evidente pericolo di vita. Deve tornare subito in questura per procedere, altrimenti procederemo noi”.

E lei?

“Andai in questura, verbalizzammo tutto; fotografarono l’intera chat whatapp e firmai la prima querela. Dopo pochi giorni, il questore di allora firmò il provvedimento di ammonimento. Credo che convocarono il mio ex marito per metterlo al corrente della cosa e del rischio che corresse reiterando quegli atteggiamenti”.

Servì a qualcosa?

“Decisamente sì. Si placò. Certo, in questi casi, siamo di fronte a forme ossessive-compulsive, a una patologia vera e propria, non derubricabile a gelosia. Infatti, dopo qualche mese, tornò a replicare le stesse modalità di persecuzione”.

E lei ha denunciato di nuovo?

“Lo consideravo, a quel punto, inutile. Però, in più occasioni, avendo paura per me e per le mie figlie, in preda a crisi di panico, chiesi l’intervento della polizia. Fui di nuovo convocata in questura. Anche in quella circostanza, fu una poliziotta a pretendere che si andasse in fondo alla vicenda. Voleva affidarmi a un centro per famiglie vittime di violenza, rifiutai. Si arrabbiò molto. Chiamò il questore e procedettero d’ufficio”.

E anche questa volta, lui si calmò?

“Sì, si placava per qualche settimana, poi ricominciava. Le forme persecutorie si erano spostate anche su mia figlia più grande, adolescente. Durante il suo esame di terza media, lui si presentò in evidente stato di confusione sotto casa, voleva salire, fui costretta a chiamare di nuovo la polizia. A quel punto, la denuncia non poteva più essere evitata. Fornii di nuovo la chat e denunciai il mio ex marito per stalking e per mancato pagamento dell’assegno di mantenimento dovuto per le bambine”.

Quanto tempo è passato da allora?

“Quasi due anni”.

Cosa è cambiato?

“Ha smesso di perseguitarci. Quando ricomincia con i messaggi o le telefonate, lo blocco subito”.

Dunque, denunciare è importante?

“Certo, può salvare la vita. Bisogna denunciare sempre e subito. Ho fatto anche io fatica a capirlo. La prima esperienza in questura, dove mi ero scontrata con un atteggiamento sessista, disumano perfino, mi aveva lasciato l’amaro in bocca e demoralizzato: avevo l’impressione di essere finita in un tunnel senza via d’uscita. Sono state altre donne a salvarmi. Se oggi sono piuttosto serena lo devo a due poliziotte straordinarie, dal piglio deciso, con un profondo senso del dovere ma anche con una profonda umanità. Non smetterò mai di essere grata a queste due donne.

Purtroppo, però, il loro lavoro viene vanificato dai tempi biblici della giustizia”.

Cosa significa?

Che in procura si inabissa tutto. Sono stata fortunata perché il mio ex marito ha smesso di perseguitarmi, ma se avessi dovuto attendere che fossero i magistrati a fermarlo, temo che sarei già morta. Dopo due anni, non c’è ancora un avviso di conclusione delle indagini o una richiesta di archiviazione o un rinvio a giudizio. Il mio ex marito può permettersi il lusso di non contribuire al mantenimento delle sue figlie, violando non la legge ordinaria ma addirittura un obbligo costituzionale, commettendo un reato penale, ma in procura dormono sul mio fascicolo”.

E’ arrabbiata?

“Amareggiata. E preoccupata per altre donne, meno fortunate di me. Ho visto le foto del procuratore di Benevento ai convegni del 25 novembre scorso, ho letto le sue parole, è giusto sensibilizzare e far sentire presenti le istituzioni, ma credo che bisognerebbe pretendere che inchieste giudiziarie e processi che abbiano protagoniste donne vittime di violenze diffuse abbiano la precedenza.

Quando ci dogliamo perché le donne non denunciano, ci indigniamo davanti all’ennesimo femminicidio, dovremmo chiederci se il contesto sociale, culturale e istituzionale sia in grado di costruire reti di protezione intorno alla vittima e alla sua famiglia”.

Intanto, lei cosa pensa di fare per ottenere giustizia?

“Io non voglio giustizia per me, ma per le mie figlie, vittime a loro volta innocenti. Anche far mancare i mezzi di sostentamento a dei minori è una forma di violenza, non capisco come non ci siano leggi che tutelino le donne in casi come questi. La giustizia ordinaria non può essere d’aiuto, se questi sono i tempi. Occorre una procedura d’urgenza straordinaria a sostegno delle donne e dei minori“.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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