La strigliata di Chiara Saraceno: “Basta col monopolio delle Quote Blu.Che delusione le giovani politiche”

Donne attrezzatevi perché il mondo non vi aspetta a braccia aperte. In Italia c’è un rigido monopolio delle Quote Blu. Altro che Quote Rosa. Il lavoro gratuito che fate per la famiglia produce una ricchezza preziosa.

Ma c’è tanto cammino da fare per un riequilibrio nel campo dei diritti, sul salario e sulle carriere. Le cose sono cambiate meno di quanto auspicavamo. Perché si tratta di superare stereotipi duri a morire e vecchi modelli familiari. L’analisi puntuale della sociologa Chiara Saraceno ha scandagliato tutti gli aspetti economici e morali che riguardano “La ricchezza invisibile creata dalle donne”.

La sua “Lectio Magistralis”, tenuta al Cinema San Marco, per il Festival Filosofico del Sannio, promosso dall’Associazione Culturale “Stregati da Sophia”, è stata introdotta dal balletto delle allieve del “Centro Studi Danza” di Carmen Castiello, mentre le ragazze del Liceo Artistico hanno rappresentato casalinghe, operaie, Luisa Spagnoli, Nilde Iotti, Madre Teresa di Calcutta, Frida Kahlo, Alda Merini. La sociologa, illustre firma del quotidiano “La Repubblica”, presentata da Carmela D’Aronzo e Cristina Ciancio, ha messo in risalto il ruolo della donna nella società, le sue conquiste, ma anche i problemi ancora presenti in diversi settori, dalla politica all’università. Con un dato sopra tutti: il lavoro domestico, di cura e manutenzione della famiglia resta sempre in gran parte sulle spalle delle donne.
“Si continua a ritenere che gli uomini non siano proprio adatti a fare certe cose -ha affermato con ironia-schiacciare il bottone della lavatrice non gli riesce, stendere e piegare i panni è troppo complicato per la loro intelligenza molto raffinata. La cosa che è cambiata negli anni è la paternità. I giovani padri sono più presenti nella cura dei bambini, c’è più condivisione quando la compagna lavora. Il padre accudente viene chiamato “mammo”, un termine che io detesto e che abolirei. Bisogna invece sforzarsi di andare controcorrente”.
La figura della mamma è spesso apparsa in contrasto con l’impegno lavorativo. Ma oggi in Italia e nei paesi sviluppati i tassi di fecondità sono più alti dove il tasso di occupazione femminile è più alto. Una caratteristica che emerge nel nostro paese, dove si fanno più figli nelle regioni del Centro Nord, che offrono più occasioni di lavoro, rispetto alle regioni meridionali, segnate da una bassissima natalità, non solo per difficoltà occupazionali, ma anche per un welfare meno efficiente.
“Oggi nel Mezzogiorno -ha sottolineato Saraceno- abbiamo un doppio rischio di spopolamento: uno dovuto all’emigrazione dei giovani e quindi di persone in età riproduttiva, che vanno a riprodursi altrove, ma l’altro è il tasso di fecondità molto più basso a Napoli, Palermo, che a Milano e a Bolzano. Una situazione diversa rispetto agli anni settanta. L’aumento dell’occupazione femminile favorirebbe la crescita del Pil, perché produrrebbe altra domanda di impiego nelle attività domestiche, di assistenza e di cura”.
Comunque l’istruzione fa la differenza. Le laureate hanno maggiori opportunità di entrare e rimanere nel mercato del lavoro. Anche se permangono ancora diversi ostacoli nei percorsi di carriera. “Quando diventai professore universitario -ha ricordato la sociologa- nel lontano 1982,le docenti donne erano il dieci per cento. Oggi sono arrivate al 22 per cento, mentre le ricercatrici sono il 50 per cento e le associate il 30.Ma è cambiato il mondo! Quanti anni ci vorranno ancora per arrivare al 50 per cento dei docenti?”. Una parità ancora lontana anche in politica. Ultimo voto alla provincia docet, con neanche una donna eletta.
Da un’indagine di settore è venuto fuori che un’azienda con una donna al vertice ha una performance migliore, il profitto cresce, aumenta la redditività, i dipendenti si sentono più coinvolti e motivati e gli stessi clienti si trovano meglio. Ma nonostante ciò non c’è una corsa delle imprese a promuovere donne, che, anche se entrano nel consiglio d’amministrazione, non diventano mai amministratore delegato, quindi non entrano nella stanza dei bottoni.
Un altro punto dolente è il divario salariale tra uomo e donna, pur con gli stessi titoli e le stesse mansioni. Che, aggiunto alla maternità, accresce le discriminazioni. “Siamo il paese in cui –ha rilevato Saraceno- quasi una donna su quattro lascia il lavoro alla nascita di un figlio. Nel 2016 il 78 per cento delle dimissioni volontarie ha riguardato lavoratrici madri. Per questo non bisogna dare per scontato che solo le donne debbano produrre quella ricchezza “nascosta” per la famiglia”.
“I diritti conquistati -ha concluso dopo aver interloquito con studenti e docenti- sono il frutto di tante lotte. Eravamo una minoranza a contestare, ma il momento era favorevole. Oggi è più complicato. Se guardo alle nostre giovani politiche mi verrebbe la voglia di suicidio. Ma non bisogna scoraggiarsi. Ci sono movimenti come “Non una di meno”. Le donne non sono migliori degli uomini e viceversa. Per entrambi devono contare le competenze. Non dobbiamo lamentarci della quota rosa, ma dobbiamo dire: ci sono troppi uomini sul ponte di comando, non mi piace la quota blu, non mi piace il monopolio blu”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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