La triste fine della ditta De Caro-Valentino

Quando Umberto Del Basso De Caro scalò il Partito democratico di Benevento lo fece con lo spirito corsaro di Capitano Uncino. Saltò sulla nave avversaria e la occupò con la potenza di fuoco della sua ciurma. Carmine Valentino divenne il suo ‘buon’ Spugna, il nostromo della nave pirata.

De Caro fece subito del Pd un partito personale, costruendo una dittatura della maggioranza rivelatasi poi inespugnabile.

L‘opposizione interna ad ogni sussulto non veniva silenziata, ma asfaltata, annientata e alla fine cacciata dal partito.

Tanto che, oggi, nel Pd sono rimasti solo i decariani. Il resto è fuori dal partito. Ciò ha portato, nel tempo, non solo a una perdita di consensi, ma anche di credibilità del Pd sannita.

In realtà, a Benevento, il Pd non esiste. Esiste il partito della ditta De Caro-Valentino.

E oggi nell’intervista rilasciata ad Antonio Tretola su Il Sannio Quotidiano, il deputato ed ex sottosegretario alle Infrastrutture attesta che la ditta è viva e vegeta e non ha intenzione di sciogliersi nonostante l’agguato di Sant’Agata.

De Caro perde, così, un’altra occasione: quella di dimostrarci la sua consistenza politica, che non è solo quella che si misura con i voti (anche quelli in caduta libera negli ultimi anni), ma con un’analisi franca dei punti di forza e di debolezza di un’azione politica. Chiuso nel suo studio beneventano o nella sua casa romana, smarrito ormai ogni contezza della realtà, De Caro è un vecchio leader stanco che trascina la carcassa di un Pd, quello sannita, già morto e o per taluni pure sepolto. De Caro si rifiuta di elaborare il lutto e si aggrappa al resto di niente, a un segretario provinciale inviso all’opinione pubblica, delegittimato dalla stessa classe dirigente del suo partito, dalle forze politiche avversarie e perfino alleate. 

De Caro difende Valentino, ancora una volta troneggia e tuona:Nessuno tocchi il segretario” che suona come un “Nessuno tocchi Caino”.

Alla prova delle argomentazioni, però, non riesce a trovarne una plausibile, se non quella secondo cui sono stati 13 i consiglieri comunali, di maggioranza e opposizione, ad aver partecipato all’agguato notturno contro la sindaca Giovannina Piccoli. 

Mi hanno informato con un sms, ero a Roma dove faccio il parlamentare“, aggiunge, pilatesco.

A guardarla bene, quella del deputato pd è una difesa timida, poco convinta e poco convincente. De Caro, in fondo, sa bene che ormai la ditta è in affanno e che Valentino non è più moneta spendibile nel Pd. Tanto che ieri, su Ottopagine , l’ottimo Cristiano Vella riportava l’indiscrezione secondo cui il segretario provinciale del Pd, per schivare i colpi e i contraccolpi politici conseguenti all’agguato da lui stesso pianificato a Sant’Agata, potrebbe cambiare il campo di gioco e traslocare nel partitino di Matteo Renzi. Del resto, Valentino e i suoi (pochi) seguaci hanno ottimi e continuativi rapporti con Ettore Rosato, uomo di punta del renzismo (o di ciò che ne resta).

Sarebbe l’unica exit strategy per un segretario provinciale che è ormai un’anatra zoppa, privo della credibilità, della fiducia e dell’autorevolezza necessaria per condurre qualsivoglia azione o battaglia politica e finanche per sedere a ‘tavoli’ di confronto e di costruzione.

A Valentino non basterà la timida difesa d’ufficio di Del Basso De Caro, perché il suo problema non è il Pd, ma il mondo  fuori dal Pd. E lo sa bene, ecco perché toglierà da solo il disturbo.

De Caro e Valentino, del resto, si aggrappano al Pd come a una scialuppa di salvataggio: sanno entrambi che il loro tempo è passato. A dare loro il colpo di grazia saranno Mastella e De Luca, da cui si sono lasciati completamente fagocitare. Da predatore De Caro è diventato preda e lo deve solo a stesso, ai suoi limiti caratteriali e umani, alla smarrita capacità di leggere le dinamiche politiche e sociali, alla miopia dei ‘baroni rampanti’, ai suoi tanti errori.

Oggi avrebbe potuto provare a risalire la china di un consenso perduto con una riflessione franca, mettendo in campo un’autocritica dolorosa ma necessaria, prendendo le distanze da un segretario provinciale che agisce di notte come i ladri e pugnala alle spalle come i traditori.

Ma De Caro è Capitan Uncino che dice:Io odio le delusioni, Spugna,  io odio vivere in questo corpo storpiato. Odio questa dannata isola. Io odio, io odio, io odio”. Del Basso De Caro odia, dunque sbaglia.

Ignora, De Caro-Capitan Uncino che Spugna fu uno dei pochi a salvarsi, nella battaglia finale, e tirò avanti e a campare raccontando a tutti come fosse stato, un tempo, l’uomo più temuto da Capitan Uncino.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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