La voce dolce e forte di Giovanna Marini: “Dobbiamo cantare e gridare perché le cose stanno andando male”

“Credo che sia molto necessario gridare, perché le cose stanno andando male. Bisogna gridare molto, dare fiato ai centri di accoglienza dei migranti che stanno chiudendo, correre ad aiutare quei ragazzi volontari che si erano dati tanto da fare. Abbiamo organizzato una catena di solidarietà, che si chiama Re Co Sol (Rete Comuni Solidali) che parte dalla vicenda di Riace. Il voto non ha dato i frutti sperati, perché la gente è pronta ad aiutare, ma quando si vota conta l’indicazione dei mandamenti. Ricordiamoci che Salvini è stato eletto nel collegio di Crotone, nella Locride, dove domina la ‘ndrangheta”.

La combattiva Giovanna Marini collega subito la sua musica all’attualità, vuole far conoscere il suo impegno nel momento politico che stiamo vivendo. Senza peli sulla lingua. Per lei è sempre tempo di cantare e di gridare. Lo ha ribadito nella lezione concerto tenuta nell’Auditorium San Vittorino, organizzata da Cadmus “Consorzio Amici della Musica” dell’Università del Sannio, in collaborazione col Conservatorio, la Società Dante Alighieri, il Liceo Musicale Guacci e Campania Europa Mediterraneo.
Le canzoni non stanno sui libri, stanno per le strade. Le disse un giorno Pier Paolo Pasolini. Così Giovanna Marini si mise in cammino alla ricerca delle voci dei pastori e dei braccianti del sud, dei canti delle mondine che “alle sei del mattino cantavano chinate”. Si trovò davanti un mondo affascinante, dimenticato, non raccontato nei salotti culturali, frequentati da Umberto Eco ed Enzo Siciliano. Erano gli anni sessanta, del Folk Studio, del Gruppo Canta Cronache, della Casa della Cultura a Milano, di Giovanna Daffini. Dai versi di Cesare Pavese prese spunto per cantare “Un paese vuol dire non essere soli”.
“Ignoravo tutto questo -racconta la cantante, in quasi due ore di musica e parole- mi misi a studiare e scelsi di fare questo mestiere per portare alla luce questa realtà popolare. Quella degli ultimi e degli umili. Cominciai girando il Salento, dove trovai una donna che mi cantò una canzone mentre raccoglieva le olive. Poi andai a Matera, dove oggi le grotte sono comprate dai turisti tedeschi. Qui c’era una prostituta emigrata a Zurigo. Nacque la canzone “I soldi non hanno patria” con Fausto Amodei”.
La lezione concerto di Gianna Marini ripercorre la nascita delle canzoni folk italiane e contemporaneamente tutte le tappe della sua originale carriera di cantante e musicista. Nascono così le canzoni sugli emigranti, come “La ballata d’America” ed “Il canto di Gorizia”. Alla cultura dominante davano fastidio i canti di lotta e di resistenza, vietati dal fascismo, quelli contro lo sfruttamento, contro i padroni e I caporali, ma la testarda Giovanna capì che la sua missione sarebbe stata quella di dare voce alle storie dei “vinti” e degli emarginati.
“Anche Benevento è da scoprire -afferma- penso che abbia molto di interessante. Ci sono venuta poche volte. L’Italia è cambiata molto. Per ritrovare le voci antiche occorre una ricerca terra terra, bisogna entrare nelle case, restarci per qualche tempo. Una volta c’erano le Case del Popolo, dove si giocava anche a carte. Oggi devi andare in un bar, ma la gente ricorda”. La voce della Marini riporta in vita i valori delle comunità, dei paesi travolti dal consumismo, della Resistenza, dell’emancipazione femminile.
“L’università deve indicare la strada -ha sottolineato Massimo Squillante- dare la bussola, soprattutto nei tempi bui”. “Ricordo un concerto storico di Giovanna Marini a Benevento -ha aggiunto Amerigo Ciervo, presidente dell’Anpi- per l’edizione di CantarPasqua del 2004. Ho la sensazione che si è persa una battaglia culturale, se è vero che a presentare “La Notte della Taranta” vogliono chiamare Belen. Come Marini, abbiamo cercato di raccontare storie di dimenticati. Siamo contenti. Una nostra canzone è stata inserita nel film “La Paranza dei Bambini” di Claudio Giovannesi”.
Alternando racconti e canzoni, memorie lontane e messaggi per il futuro, la cantante romana, che ha più di ottanta anni, conserva la grinta di sempre, la voce dolce e delicata. Ha concluso con “La Ballata di Riace”. “Questo paesino -spiega- noto per i bronzi, portati via a Reggio Calabria, aveva ripreso a vivere nel 1998,con l’arrivo di un barcone di curdi e siriani. Il sindaco Mimmo Lucano e tutto il paese accorsero per aiutarli. Nacquero bambini, riaprirono le scuole. Noi diamo una casa a voi e voi ci ridate un paese. Si riaccese una speranza. Ma poi alcuni film rovinarono tutto. Non fermiamo chi lotta per la civiltà”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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