Lavoratori Centri d’accoglienza, i sindaci facciano la propria parte

Partiamo da una premessa: i lavoratori non sono portatori di colpe altrui. Ecco perché i 120 lavoratori dei Centri di accoglienza per migranti che facevano capo a Paolo Di Donato, finito agli arresti domiciliari dopo una complessa indagine giudiziaria, vanno difesi e, se possibile, sostenuti nelle loro rivendicazioni. 

In fondo, chiedono il  diritto ad un’esistenza dignitosa: gli stipendi mai percepiti, il trattamento di fine rapporto e una ricollocazione. In garage, non hanno una Ferrari, l’auto status symbol ostentata da Di Donato, ma un’utilitaria di famiglia. 

Oggi, il presidio davanti alla prefettura ha aperto il varco ad un dialogo istituzionale, ma il Prefetto, che rappresenta il Governo sul territorio,  può al più congelare la trasmissione dei fondi destinati ai Cas, fare in modo che, prima che entrino nella disponibilità del commissario liquidatore, vengano riconosciuti ai 120 lavoratori. 

Resta, dunque, il nodo futuro, difficile da districare. Quando Di Donato “faceva mangiare tutti”, come lui stesso scriveva su Facebook, c’era una politica che si aggirava intorno ai Cas. Ora, che il business sui migranti è stato debellato, latitano tutti. 

E il rischio è  che, in questa vicenda, mentre i migranti ospitati nei Cas sono stati ricollocati in altre strutture, a pagare il prezzo più alto siano proprio i 120 lavoratori. 

Come è possibile che nessuno tenda la mano a questi padri di famiglia che lavoravano, forse anche in condizioni difficili, per sbarcare il lunario? 

Dove sono i sindaci che a Di Donato dicevano “sì”, chissà quanto incondizionati?

Prendiamo ad esempio il Comune di Airola, uno di quelli che ospitava un Cas. Il sindaco Michele Napoletano si lamentò pubblicamente di non aver potuto salutare i migranti trasferiti, dalla sera alla mattina, dopo la chiusura del centro. Dov’è Napoletano ora che 120 famiglie sannite stanno per finire sul lastrico? Come la solidarietà, evidentemente, anche la politica per l’accoglienza conosce due pesi e due misure. Sempre Napoletano, per esempio, ha da tempo chiesto ed ottenuto il diritto ad un finanziamento per l’apertura di uno Sprar, struttura di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, che ha natura e modalità di gestione diversa dai Cas, ma, nonostante il riconoscimento di risorse pubbliche, il sindaco non ci pensa proprio ad avviarlo. Il che significa che trattiene indebitamente fondi dello Stato, che la sua politica di accoglienza non era e non è autentica, che degli ex lavoratori del “suo” Cas non gli importa un fico secco. 

Perché è davanti a quest’ennesima vertenza lavoro che i sindaci dovrebbero fare la loro parte, dimostrando che l’accoglienza non era solo quella “ricca” e “generosa” di Di Donato. È come se una volta uscita dalla dimensione privata per entrare in quella pubblica, l’accoglienza non interessasse più a nessuno.

Eppure questi lavoratori hanno sviluppato competenze e probabilmente sensibilità nel sistema d’accoglienza, potrebbero trovare ricollocazione proprio negli Sprar. Basterebbe che i sindaci facessero i sindaci, aderendo a un modello virtuoso, quello che non è una mangiatoia  per politici bulimici, ma esempio di integrazione, e si facessero carico di 12 lavoratori a testa. 

Se neppure questo siete capaci a fare, evitateci dichiarazioni buoniste e strappalacrime. Perché ca’ nisciuno è fesso.  

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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