Le mani su ArtSannio. Storia di un fallimento all’italiana

Dentro il fallimento di Artsannio c’è l’andazzo politico degli ultimi 20 anni: assunzioni clientelari, assistenzialismo, incapacità di amministrare, improvvisazione, spreco e dispersione di fondi europei. C’è il Sud peggiore, quello per cui la cosa pubblica è in fondo anche un po’ “cosa nostra”, strumento a uso e consumo di politici rampanti, ambiziosi, disinvolti se non senza scrupoli.

Dal 2003 all’aprile del 2008 a guidare la società fu Gianvito Bello, allora tra i politici più influenti della città. Ex socialista, fondatore di  micro partiti personali come l’Api e vicino all’ex assessore regionale Marco Di Lello.

Lascia dopo la sua nomina ad assessore provinciale alle Politiche energetiche e ai Trasporti. Tanto che poco dopo nel 2010 arriva Gennaro Paradiso, allora  sindaco di Bonea,  braccio operativo di Bello.

A un certo punto, al suo posto arriva Franco Barbato, ex Ds, uomo di fiducia di Costantino Boffa, a quei tempi longa manus del Governatore Bassolino a Benevento. La presidenza Barbato fu travagliata: la società presentava già una serie di difficoltà, era una nave che stava per affondare in un mare aperto di debiti che via via emergevano come icerberg.

Tutta la vicenda ArtSannio si consuma, dunque, nell’area di un centrosinistra mai così pervasivo nella gestione del potere. 

LE CAUSE DEL FALLIMENTO

Lo scrivono senza perifrasi gli stessi commissari liquidatori: ArtSannio fallì soprattutto per due ragioni, una disinvolta politica delle assunzioni e un utilizzo distorto dei fondi europei.
Il verdetto arriva nel 2014, dai liquidatori della società in house, partecipata dalla Regione per il 49% e dalla Provincia per il 51%, quella che, negli anni 2006-2013, si è occupata delle politiche culturali e della rete museale sannita.

LE ASSUNZIONI. LA GRANDE INFORNATA

Nel 2006, primo anno di attività della società, i costi per salari e stipendi dei dipendenti ammontavano a 12.568 euro; nel 2008, subiscono una prima verticale impennata raggiungendo la cifra di 310 mila euro, fino ad arrivare a sfiorare, nel 2011, i 350 mila euro. Tra oneri contributivi e accantonamenti del TFR da 22.000 si svetta in due anni a 198.000 euro e si arriva a superare i 500.000 mila euro nel corso dell’esercizio 2011.

 

Scrivono i commissari liquidatori: “Si registra il brusco incremento dei costi per personale dipendente raggiungendo il numero di 14 unità a tempo indeterminato”.
Nel 2011, Provincia e Regione in un’assemblea straordinaria decidono di sciogliere anticipatamente la società ponendola in liquidazione.
“Tale decisione – sottolineano i commissari liquidatori – è dipesa dallo squilibrio economico-finanziario emerso nel corso dell’esercizio 2011, allorché il valore della produzione si è poi ridotto in maniera considerevole. Nel biennio 2009-2010 ha subito un ulteriore brusco ridimensionamento. A fronte di tale riduzione – fanno notare – si è tuttavia verificata negli anni precedenti l’assunzione di un numero di persone eccessivo come dipendenti a tempo indeterminato”.

Insomma, Artsannio diventa un carrozzone nelle mani della politica, utile a costruire consenso. Tanto che molti assunti finiscono a rimpinguare le fila di partitini personali.

L’INCHIESTA GIUDIZIARIA. CHIESTI 4 MILIONI DI EURO DI RISARCIMENTO A PRESIDENTI E AMMINISTRATORI

La vicenda è piena di ombre. Tanto che la magistratura ritenne opportuno avviare un’indagine poi conclusasi con l’invito a comparire dinanzi alla magistratura  per tutti gli amministratori. Viene chiesto un maxi risarcimento danni per circa 4 MILIONI di euro a 13 dirigenti, tra amministratori e collegio sindacale. 

A fine 2017 è la sostituta procuratrice della Repubblica di Benevento, Assunta Tillo, a depositare l’avviso di chiusura indagini sul fallimento della società della Provincia di Benevento, denominata ‘Art Sannio’, avvenuto nella primavera del 2016. Risultano indagati per bancarotta fraudolenta, dopo il lavoro d’inchiesta svolto dalla Guardia di Finanza, i tre presidenti del Consiglio di Amministrazione che si sono succeduti: Gianvito Bello, Gennaro Paradiso e Francesco Antonio Barbato. Con loro tre, anche altri tre consiglieri di amministrazione della società pro tempore: Angelo De Luca , Riccardo Iasiello e Ida De Ciampis. Indagati anche i due presidenti pro tempore del Collegio sindacale e cioè Luisa De Vivo e Sergio Muollo, nonchè i due sindaci effettivi pro tempore: Carmine Ferrucci ed Enrico Vittorio Mattei.

Secondo gli inquirenti, poiché la società si trovava sistematicamente in perdita già dall’esercizio 2007, non avrebbero deliberato la riduzione del capitale sociale e la ricostituzione dello stesso o, in alternativa, la trasformazione della società ovvero lo scioglimento, ed avrebbero proseguito l’attività con modalità antieconomiche, fino a determinarne il dissesto, mettendola in liquidazione solo nell’ottobre 2012.

“Appare di solare evidenza che la causa primaria dello squilibrio finanziario della società – si legge nell’atto di citazione – è stata determinata dall’ingiustificabile, negligente ed illegittima gestione manageriale che ha dapprima ingenerato tale squilibrio in ragione degli spropositati costi fissi per personale dipendente e lo ha progressivamente aggravato nel corso degli anni, a seguito delle scelte di tutti i componenti dell’organo amministrativo di perseverare in tale anomala ed illegittima gestione la quale, non trovando reale copertura finanziaria dei costi, ha determinato a catena lo sviamento dei fondi POR e APQ, il mancato pagamento dei fornitori e dei debiti erariali, la necessità di nascondere la reale situazione finanziaria della società per mezzo di artifizi contabili in bilancio, al fine di una prosecuzione dell’attività della Art Sannio che non aveva alcuna giustificazione economica e le cui ragioni, forse, possono trovarsi in ambiti che esulano la normale attività di impresa”. 

LE RESPONSABILITÀ POLITICHE E IL CATTIVO UTILIZZO DEI FONDI EUROPEI

Dietro il fallimento della partecipata ci sono, dunque, responsabilità politiche. Dalle assunzioni sproporzionate, alle short list infarcite di amici e amici degli amici, alla cattiva gestione dei fondi pubblici. È lo spaccato che emerge dalla relazione depositata in tribunale di richiesta di un concordato preventivo, ultima spiaggia per la pletora di creditori.
La società viveva di finanziamenti regionali e di affidamenti diretti della Provincia. Venne finanziato di tutto dal Trenino dell’arte al film festival.

 

Ma il bello arriva dopo. Quando dopo gli acconti incassati, i fondi europei andavano rendicontati. Qui la struttura crolla, non si comprende perché, se per negligenza o per manifesta incapacità. Secondo i magistrati, addirittura i fondi venivano “sviati”, il che alla fine rendeva impossibile la rendicontazione.

Fatto sta che molti fondi Por e gli APQ non vengono rendicontati e quindi non sono liquidati. La normativa europea impone infatti una clausola di sicurezza: i progetti realizzati con risorse europee vanno rendicontati fino all’ultimo centesimo, pena il blocco delle stesse. Gli stessi liquidatori paventano il rischio non solo della perdita definitiva dei finanziamenti, ma addirittura della restituzione degli stessi, anche di quelli già utilizzati a titolo di acconto ed eventualmente destinati a collaboratori, che potrebbero dunque dover ridare tutto indietro con la beffa di doverci rimettere perfino gli interessi.
Insomma, una debacle totale.
Come se non bastasse, ArtSannio per anni non paga all’Inps i contributi ai dipendenti, e finisce con accumulare un debito di oltre 2 milioni di euro, una cifra monstre che farebbe saltare dalla,sedia perfino Boeri, il presidente dell’istituto di previdenza che oggi lotta contro storture e sprechi.

LA FINANZA CREATIVA

Nella relazione dei commissari liquidatori si sottolinea come gli squilibri economico-finanziari relativi agli anni 2011 e 2012  trovino origine e sviluppo nelle gestioni degli anni precedenti, che però non vengono evidenziati  nei bilanci prodotti dalla società. 

In particolare, evidenziano come nel bilancio del 2011 siano stati rilevati oneri straordinari per circa 1 milione e 300 mila euro relativi a debiti verso l’ erario,  istituti previdenziali e collaboratori a progetto e costi non rendicontabili “mai rilevati negli esercizi precedenti”.

È come se quei costi pure  risalenti agli anni precedenti si fossero volatilizzati, per poi palesarsi all’improvviso.

Nel bilancio invece dell’anno successivo vengono isicritte sopravvenienze passive per oltre 1 milione di euro per crediti dovuti a fatture da emettere ma che provenivano da gestioni del passato. Incongruenze, alchimie contabili che hanno suscitato l’interesse della magistratura. 

IL CONCORDATO PREVENTIVO: QUANTO CI COSTI

Nel 2013, viene presentata la prima proposta di ammissione alla procedura di concordato preventivo. A lavorarci sono tre tecnici che ricostruiscono le vicende finanziarie della società e predispongono un piano di liquidazione, e  per i quali il compenso spettante si aggira intorno ai 150 mila euro.  

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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