Le parole e il corpo di Peppe Fonzo. Paure, sogni e resurrezione di un attore

La voglia di fare l’attore avvertita già sui banchi della scuola elementare. Le prime recite all’Istituto Tecnico Commerciale “Rampone”. Il diploma al Dams di Bologna. La fatica per imparare la dizione e la gestualità. La lunga gavetta per farsi conoscere in un ambiente difficile, dove contano anche le amicizie e le raccomandazioni politiche. Un percorso di sogni e di tormenti, di affanni e di inganni, di paure e di tante porte in faccia. La confessione di Peppe Fonzo si libera, dirompente e vibrante, in “Concedimi di diventare niente”, il monologo interpretato dall’attore beneventano al Magnifico Visbaal nel Rione Triggio.

Il protagonista è solo, vorrebbe scappare tra i vicoli, evitare il cimento della scena. Chiede a qualche spettatore di prenderlo per mano. Quando arriva, si presenta travestito con una testa di toro, che poi cadrà, sempre grazie all’intervento di uno del pubblico. Poi si chiede: “Che ci faccio qui?” Una domanda che lo porterà ad aprire i cassetti dei ricordi, all’anno 1991, quando cominciò a muovere i primi passi nel teatro, accettando l’invito del professor Sorgente a recitare, nonostante le ironie dei compagni di classe.
Ma la strada per emergere è impervia. “Parlai con la signora Santa -racconta Fonzo- mi mandò a parlare con un politico di Torino, poi a Roma ed infine con l’assessore alla cultura del comune di Benevento. Per te non c’è spazio, ti devi trovare un critico amico, mi dicevano. Il teatro è difficile, il teatro è sofferenza. Questa è un’epoca in cui i foderi combattono e le sciabole stanno appese”. Lo sconforto e la delusione vengono interpretati fisicamente, l’attore striscia per terra, alla ricerca di un santo protettore.
L’attore interpretai i personaggi che incontra con sarcasmo pungente, dando vita ai loro modi goffi e gaglioffi, poco interessati al teatro serio ed impegnato. Perché non facciamo una bella Gomorra? Gli dirà qualcuno. Ma Fonzo non ci sta. “Che senso ha -si chiederà- tutta questa corsa a farsi notare e a leccare? Ricordo le parole scritte sul Teatro Massimo di Palermo : L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Dov’è finito il loro significato? Ma se volete il mio corpo, eccolo, guardatelo, mangiatelo, vomitatelo, cacatelo”.
Per rendere plasticamente la condizione dell’attore, il protagonista si spoglia fino a restare in mutande. Invita il pubblico a scrivere col pennarello sulla sua pelle. Confessa di “aver fatto l’amore col potere”, di essere “andato alla casa del santo”, di aver incontrato tanta invidia, ma di non aver avuto mai niente regalato, perché il teatro è sudore, è sofferenza, è parole e corpo, è un servizio che si fa per gli altri, per comunicare e far vincere la cultura. “Adesso -concluderà- confessate anche voi, tutto e tutti”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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