Le suola bucate di don Tonino Bello Il vescovo pacifista ricordato a Benevento da Monsignor Bettazzi

Il seme lasciato da don Tonino Bello continua a germogliare. Le sue parole di pace e solidarietà scuotono ancora la chiesa, la politica, i giovani, a 25 anni dalla sua morte. Il vescovo dei poveri e degli ultimi, guida della diocesi di Molfetta-Ruvo-Giovinazzo-Terlizzi, è stato ricordato al Centro Oasi “La Pace” di Benevento. “Don Tonino -ha raccontato Mimmo Cives, suo medico ed amico- ha avuto il coraggio di mettere in pratica le pagine del Vangelo. Pochi giorni dopo la sua scomparsa, avvenuta per cancro il 20 aprile 1993,quando aveva 58 anni, la sua immagine apparve in tutte le case di Molfetta. Quando fu vestito per l’ultimo viaggio, videro le sue scarpe con le suola bucate. Le aveva consumate camminando per il mondo”.

Per don Tonino è in corso una causa di beatificazione, ma non sempre la chiesa è stata benevola nei suoi confronti. Nella sua avventura di personaggio scomodo spicca la marcia dei 500 in una Serajevo assediata per fermare il sanguinoso conflitto serbo-croato. Era il 7 dicembre 1992 e la malattia stava consumando il suo corpo. Le memorie di quel drammatico viaggio deciderà di pubblicarle sul quotidiano comunista “Il Manifesto”. Una scelta anticonformista sottolineata da Monsignor Luigi Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, autore nel 1976 di una famosa lettera ad Enrico Berlinguer, allora segretario del PCI, con la quale cominciò un fervido dialogo tra comunisti e cattolici.
“Dobbiamo amare tutti, soprattutto i poveri -ha rilevato monsignor Bettazzi, con tanta lucidità a 95 anni- seguendo l’esempio di don Tonino. Le guerre sono fatte dai ricchi e dai potenti per i loro interessi, ma le pagano i poveri. Al centro della sua missione c’è la “convivialità delle differenze”. Ma le sue stelle polari erano tre: ascoltare prima di parlare, il senso di responsabilità ed il camminare insieme. Perché ognuno veda che cosa può fare nel suo piccolo. Per mettere in luce il bene. Perché, come recita una celebre frase, fa più rumore un albero che cade, di una foresta che cresce”.
Il cammino di don Tonino non è stata una passeggiata. Non furono pochi gli ostacoli incontrati. “Tutte le incomprensioni le ha vissute con pazienza ed obbedienza -ha evidenziato Cives- sono tanti i torti subiti dalla politica e da una parte della gerarchia ecclesiastica. Una volta fu accusato di essere uscito dalla casa di una prostituta. La sua umanità sui manifestò già di fronte alla prima nave dei migranti disperati che approdò nel porto di Bari. Da allora siamo diventati più cattivi. Ci hanno messo in testa che quelli che arrivano sono nemici da cacciare. Il nostro cuore è diventato di pietra. Non riusciamo ad avere più il dono dello stupore”.
Le storia di don Tonino si inserisce pienamente nel solco di Papa Francesco. Come faro per “una chiesa non mondana, ma per il mondo”. “Quale volto vogliamo assumere? -ha concluso l’arcivescovo Felice Accrocca- Non tutti si sentono sintonici col Papa. Perché? Il nostro punto di riferimento deve essere il Vangelo. A questo ci riporta don Tonino. Anche il nostro don Emilio Matarazzo era avanti, vedeva giusto. Qui, in questo centro da lui voluto, dobbiamo creare un luogo di approfondimento e riflessione interreligioso, oltre le barriere”.

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