“Lettere di un prigioniero, mio padre”, il racconto d’amore e guerra di De Lorenzo. Un’occasione di educazione sentimentale

di Teresa Ferragamo

Giuseppe De Lorenzo è seduto nel suo studio, quando è attraversato da un lampo. “Mi ricordai all’improvviso di una vecchia scatola di scarpe, che mi era stata consegnata da mia madre, ancora chiusa in un cassetto, in cui erano contenute le lettere di mio padre dalla sua prigionia”.

L’ex responsabile del Servizio Psichiatrico  dell’Asl Benevento 1, una vita tumultuosa trascorsa tra la passione per le menti fragili, quella per la politica e il giornalismo, presenta in un sabato mattina velato dalla tipica nebbia beneventana, al bar Massimo 2, il suo libro “Lettere di un prigioniero, mio padre”.

Accanto a lui, ad introdurre questa raccolta d’amore e guerra, c’è uno dei pochi giornalisti sanniti con la sensibilità e la cultura dello scrittore autentico, Bruno Menna, anche lui alle prese con il racconto di un padre prigioniero per colpa di una guerra che resta ancora oggi una ferita aperta. Ci sono anche il Presidente dell’Assostampa, Giovanni Fuccio e lo storico ed ex provveditore gli Studi, Mario Pedicini.

Giovanni, così si chiamava il padre di Giuseppe De Lorenzo. Era riuscito a laurearsi, traguardo ambizioso e complesso a quei tempi. La sua passione per lo studio attraversa perfino le lettere dalla prigionia.

Giovanni viene fatto prigioniero il 22 luglio del 1943. Viene portato ad Orano, in Algeria, la città dove il  dottor Rieux, il protagonista de La Peste di Camus, davanti all’immensità della sventura pronunciò queste parole che ora sembrano particolarmente calzanti: “Dico solo che su questa terra ci sono flagelli e vittime. E che dobbiamo, per quanto possibile, rifiutare di stare dalla parte del flagello”.

“Una volta arrivato lì – racconta Giuseppe De Lorenzo – mio padre si trovò in un girone infernale che compromise l’inizio della professione e trasformò il suo status di cittadino in quello terribile e scomodo di prigioniero”.

Anche da Orano, Giovanni scrive, scrive, instancabile.

Le sue lettere a Margherita, la donna che una volta tornato diventerà sua moglie e che aveva conosciuto quando ancora era un ragazzo, sono intrise di malinconia, ma anche di speranza.

Mia cara Margherita”, è l’incipit come una costante del suo carteggio.

Ed è lui a rassicurare lei:  “Godo di ottima salute. Rassicura la mia povera mamma. Immagino quanto avrà sofferto! E’ inutile, però, che essa continui a stare in pensiero. Mai come in questo momento io mi sono sentito vicino a lei e a te. Costituite tutto il mio mondo e lo scopo della mia vita”.

Le sue lettere non arrivano puntuali a Margherita, alcune giungono a destinazione, nell’ormai lontana Benevento, anche dopo mesi.

Ma Giovanni scrive ogni giorno, anche tre lettere al giorno, a Margherita e alla sua famiglia.

Ogni lettera a quella che sarà la sua futura moglie si chiude con quel linguaggio universale e senza tempo dei ragazzi che si amano: “Mille baci”, “Tanti baci e abbracci insieme ai tuoi”.

Margherita è a Benevento in trepida attesa; gli risponde, qualche volta si lamenta del ritardo nell’arrivo delle lettere, lo tiene aggiornato sulla sua vita, gli invia fotografie, gli dà anche la notizia del bombardamento del ‘43 che a Benevento distrusse il Duomo e molti palazzi, tra questi c’era anche la sua casa. Quella di Giovanni si salvò, ma intorno tante macerie.

La prigionia è lunga, lunghissima, due anni che per Giovanni trascorrono lenti e duri.Se non fosse per il dovere di conservarmi per te e per i familiari, ti giuro, la farei finita. Tuttavia devo vivere per te”, scrive in una lettera del 14 aprile del 1945.

E dieci giorni dopo:Cosa farò, mi domanderai? Ti sposerò subito, briccona! Mille baci”.

Giovanni non poteva saperlo, ma esattamente il giorno dopo quella lettera con la promessa d’amore, il 25 aprile, ebbe fine la seconda guerra mondiale, che portò con sé un orrore infinito: 40 mila vittime e il genocidio degli ebrei.

Giovanni torna a casa il 2 agosto 1945.

“La vita riprese dopo tante sofferenze, ma i sacrifici successivi non furono pochi – scrive Giuseppe De Lorenzo nel suo libro -. Così forti dell’entusiasmo della giovinezza, con mia madre coronò il suo desiderio, che lo aveva accompagnato per tutto il periodo della guerra, sposandola il 7 dicembre 1947”.

De Lorenzo in questo libro ritrova un padre giovanissimo, appena ventenne, appassionato, un uomo che ama da lontano una donna conosciuta ragazza e che scorge diventare grande nelle poche fotografie che giungono a destinazione.

Una figura anche un po’ aliena da quella che si ritrovò al suo fianco: “Mai avuto un bacio o un abbraccio da lui. Una volta si eri usi al pudore dei sentimenti – racconta-. Eppure il suo affetto l’ho avvertito enorme, forte e vero. La lezione di vita ottenuta da mio padre, anche se severa, è stata provvida e giusta. Memore di essa, ho affrontato i tanti ostacoli ritrovati”.

Le  lettere pubblicate da De Lorenzo sono anche una straordinaria occasione di educazione sentimentale per i giovani di questi tempi brevi, rapidi e voraci, di amori da whatsapp.

E sarebbe una formidabile  occasione se il libro di Giuseppe De Lorenzo fosse distribuito nelle scuole per essere letto dai nostri ragazzi.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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