L’ex procuratore Franco Roberti: “Nel Sannio operano sempre gli stessi clan. Come mai lo Stato non riesce ad estirparli?”

Per dare un senso compiuto al ricordo delle vittime della mafia è importante l’impegno quotidiano a difesa della legalità, combattere la corruzione, parlare, denunciare, valorizzare i beni confiscati alla criminalità organizzata. Senza dimenticare che anche nel Sannio operano agguerriti e ramificati clan. Per conoscere meglio il problema e rilanciare una nuova consapevolezza, molto incisivo è stato l’incontro con Franco Roberti, attuale assessore regionale alla sicurezza ed ex procuratore nazionale antimafia, svoltosi presso il Centro di Cultura della diocesi di Benevento, nell’ambito del corso di formazione organizzato da “Cives”.

“La vera forza delle mafie -ha sottolineato Roberti- sta fuori delle mafie, sta in quella parte di società civile, della politica, dell’imprenditoria, delle professioni, disposta a fare affari con le mafie. Ed è su questo terreno che le mafie si sono incrociate con la corruzione. Non è la mazzetta, ma è il sistema della corruzione”. Dall’analisi del magistrato emerge che, nonostante gli sforzi enormi compiuti dallo Stato nella lotta all’illegalità e alle organizzazioni criminali, le mafie sono ancora forti. Come i camaleonti, hanno subito un cambiamento: non si spara più, ma le mafie esistono ancora e fanno affari molto più di prima.
L’assessore ricorda quando arrivò alla Procura di Napoli nel 1982 e ripercorre per un po’ la sua lunga carriera. “Già allora cominciai a sentire parlare di clan camorristici -fa notare con amarezza- già allora per il vostro territorio si parlava degli Sparandeo e dei Pagnozzi, erano sempre gli stessi, anche per altre zone. Per questo mi chiedo: “Possibile che uno Stato di diritto consenta ancora l’esistenza di queste organizzazioni criminali? Possibile che lo Stato accetti ed ammetta questa sfida con i poteri mafiosi?”.
Uno dei problemi più complessi che ha dovuto affrontare alla regione è stato quello della valorizzazione e dell’utilizzo dei beni confiscati alla camorra. Perché diventino una risorsa del territorio. In questo campo sono stati registrati 5 mila immobili e 720 aziende produttive. C’era una legge del 2012, la cui attuazione è cominciata da poco. “La macchina burocratica rallenta coi suoi lacci e lacciuoli -osserva Roberti- ma credo che stiamo operando bene, perché abbiamo ricevuto minacce pesanti, dopo aver istituito l’Osservatorio regionale. Mi è arrivato un proiettile a casa in busta con un avviso “Giù le mani dai beni confiscati”.
La memoria può produrre buoni frutti tenendo sempre i riflettori accesi sul presente. “Accanto ai nomi più noti -rileva Michele Martino di Libera- ricordiamo i nostri Raffaele Delcogliano e Aldo Iermano, Vito Ievolella e Tiziano Della Ratta, Vittorio Vaccarella e Pasquale Mandato. Anche il Sannio ha pagato col sangue. I beni confiscati sono presenti anche da noi. Conosciamo i nomi dei clan. Non ci spaventano gli spari contro le sale slot, le bombe sotto le macellerie, gli incendi nei cantieri. Non ignoriamo gli arresti quotidiani di spacciatori di droga, le indagini sulle aziende in Valle Caudina, i rifiuti interrati a San Lorenzo Maggiore. Siamo a fianco delle forze dell’ordine. Non possiamo e non vogliamo chiudere gli occhi”.
La mobilitazione contro la mafia dovrebbe estendersi anche contro la corruzione. Ma non sempre è così, perché chi ruba e corrompe è considerato spesso un “simpatico furbo”. Concludendo l’incontro, introdotto da Ettore Rossi, responsabile problemi sociali e lavoro della diocesi, l’ex procuratore ha esaminato gli aspetti della “mafia silente”, quella che non fa rumore, ma fa affari. Le leggi per combatterla ci sono, ma manca un’adeguata cooperazione internazionale. “Ricordiamoci che la mafia sfrutta anche le povertà e le disuguaglianze -ha concluso Roberti- per questo dobbiamo impegnarci per un mondo libero, più giusto, più solidale e più rispettoso della dignità umana”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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