L’impronta di Gregoretti, maestro di gentilezza e umanità, tra Benevento e Pontelandolfo col teatro e gli Inti Illimani

Dissacrante e leggero, felpato e pungente. Lo stile di Ugo Gregoretti era unico ed inimitabile. A “Benevento Città Spettacolo” del 2016 venne a presentare il libro autobiografico “La Storia sono io Con finale aperto. “Ho fatto di tutto nella mia vita -esordì- tranne il cronista di calcio e la messa cantata. Oggi forse sono considerato un onesto cineasta”. Con queste battute conquistò subito la simpatia del pubblico. “Nel libro che vi presento stasera -aggiunse- io mi auto sfotto, non mi auto monumentalizzo”.
Quella presentazione fu l’occasione per ripercorrere gli anni d’oro di “Benevento Città Spettacolo”, di cui fu direttore artistico dal 1980 al 1989, ed anche per ripescare qualche ricordo spiacevole, come l’intervista a “Il Quaderno” rilasciata ad “uno zelante giovanotto”, nella quale osò criticare i comportamenti dei commercianti. Ma il suo legame col Sannio è segnato anche dal memorabile concerto degli Inti Illimani a Pontelandolfo nel 1975, portati dal regista in quel centro sannita, dove il padre aveva una torre. Il gruppo cileno era emigrato in Italia dopo il golpe del 1973.

Bastavano poche parole perché venisse fuori la sua umanità. Per questo, oggi che ci ha lasciati a 88 anni, molti lo ricordano come il regista gentile, il maestro galantuomo, il raffinato provocatore, il sottile osservatore, il geniale inventore, il fantasista teatrale. Il suo vero amore era il cinema. Nonostante il suo intenso viaggio nella televisione e nel teatro. Negli anni sessanta girò il film “I nuovi angeli”, sui ventenni del boom economico, poi proseguì con “Omicron” con Renato Salvatori, sullo sfruttamento del lavoro operaio in fabbrica, tra le contestazioni della Fiat, partecipò con l’episodio “Il pollo ruspante” a “Rogopag”, ( Rossellini, Godard, Pasolini e Gregoretti).

“Sto completando il film dedicato al terremoto di Messina del 1908 -annunciò in un’intervista che mi rilasciò nel 2011, pubblicata su “Il bene comune”- un progetto che doveva essere realizzato in occasione del centenario, ma che è stato rinviato per il ritardo dei finanziamenti.Per non perdere i diritti ci siamo affrettati a girarlo.Io mi occupo di un documentario ricostruito sulle tracce di un reportage di uno scrittore socialista umanitario del tempo, Giovanni Cena, compagno di Sibilla Aleramo”.

Per aver trattato i temi del lavoro nel cinema “con ironia e intelligenza e sempre dalla parte giusta”, fu premiato a Terni. Quando gli chiesi come fosse la vita di un ultraottantenne, mi rispose: “Ho l’impressione di stare alla finestra oppure al balcone a vedere quello che mi capita.Perché le cose che mi succedono già sono abbastanza atipiche.Ho 60 ore di insegnamento all’Istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli, sono reduce dall’Ungheria dove ho ricevuto un premio col gruppo teatrale dell’Università del Sannio. Il lavoro mi diverte, cerco di avere un rapporto giocoso col prossimo e sono un po’ fatalista”.

La sua impronta nella televisione è indelebile. Memorabili le inchieste giornalistiche
“Controfagotto” e “Sottotraccia” e le fiction “Il circolo Pickwick”, “Le uova fatali” e “Ma cos’è questo amore?”. Maestro, come vede la tv contemporanea?
“Sono colpito –osservò Gregoretti- dalle prodezze tecnico-effettistiche, che tanto attraggono i giovani. Però i contenuti sono terribili, contribuiscono a degradare la situazione culturale già assai critica. C’è stato un lavaggio dei cervelli.E’ come se il paese si sia rimbambito”.

Una delle creature più significative della sua attività artistica è stata sicuramente la rassegna teatrale
“Benevento Città Spettacolo”, diretta per ben dieci anni consecutivi. Quale condizione vive oggi il teatro? Come si potrebbe rilanciare il festival beneventano?
“La situazione del teatro è migliore di quella del cinema – sottolinea il regista – perché è più strutturato e tutelato, attraverso i teatri stabili, i cartelloni dei comuni e poi costa meno.Ho visto con grande favore la nomina di Giulio Baffi a direttore di “Benevento Città Spettacolo”.Si tratta ora di riconquistare la simpatia dei cittadini, come sta avvenendo, ad esempio, con “Universo Teatro”, la rassegna internazionale universitaria.Tra gli spettacoli più apprezzati, sotto la mia direzione, ricordo “La Battaglia di Benevento”, “Cammurriata” di Giuseppe Patroni Griffi con Leopoldo Mastelloni. Ma c’è anche un piccolo rammarico, perché è stata lasciata marcire la ricostruzione scenografica della Chiesa romana di Sant’Ignazio di Filippo Raguzzini, architettato beneventano, utilizzata in alcuni spettacoli al Teatro Romano”.

Dopo una brillante carriera, qual è il desiderio segreto o il sogno nel cassetto?
“L’idea che mi frulla nella testa – conclude Gregoretti – è quella di fare un altro film su un libro che ho scritto alcuni anni fa, intitolato “Finale aperto”, che è la storia della mia vita.Sicuramente ha una valenza autobiografica, ma abbraccia 70 anni di storia italiana, raccontati in una chiave il più possibile comica.Quando il libro è uscito, ha divertito, è stato apprezzato.Ora abbiamo fatto la proposta di fare un film e sta lì.Chi lo sa se ci riuscirò”.

La sua ultima creatura è stata “Comicron”, rassegna ideata per Pontelandolfo, dove oggi c’è la Fondazione Ugo Gregoretti, che conserva il suo archivio personale. Nel febbraio di due anni fa andai a vedere il documentario girato dal regista Gianfranco Pannone sulle sue giornate nel quartiere romano doveva viveva, intitolato semplicemente “Con Ugo”. Sembra ancora di vederlo, seduto sulla sedia che si portava dietro, fermo ad osservare la gente, pronto a fare una domanda birichina.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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