Mortaruolo, il buddista democristiano che piace a De Luca e fa le scarpe ai cattivisti del Pd

Se c’è una cosa che Mino Mortaruolo ci ha insegnato in questi anni è che essere moderati non è un’identità, ma una modalità. Non è un fine, ma un modo e perfino un mezzo.

Messosi, giovanissimo, alla greppia del leader sannita del Pd, Umberto Del Basso De Caro, fu candidato alle ultime elezioni regionali.

Ebbe una messe di voti. Sicuramente, non fu merito suo, perché il Pd allora aveva ancora il vento in poppa, un’incontinente desiderio di riscossa e fece quadrato intorno alla sua candidatura.

Entrò in consiglio regionale da unico rappresentante sannita del Partito democratico. Arrivava dalla provincia meno deluchiana della Campania e gli squali napoletani, salernitani, deluchiani di ferro, ne annusavano da lontano l’odore del sangue.  Del Basso De Caro aveva ingaggiato una lotta senza quartiere contro De Luca candidato Governatore. E Mortaruolo che, pure ne fu solo spettatore, ne portava, suo malgrado, i segni addosso. Ma lui abbracciò la croce e la seppe portare senza strepitii.

In fondo, dietro di lui c’è papà Mimì, sindaco di Torrecuso per decenni, un democristiano di talento.

In tempi di urlatori, di celodurismo, di giocolieri e ballerini in politica e pure nel suo partito, Mortaruolo non è quello che sta sul ring con il destro pronto ad avanzare, ma quello che, dall’ultima fila, sta a guardare chi va al tappeto.  E’ riuscito dove altri hanno fallito, a non lasciarsi penetrare dall’immagine corsara di De Caro. Sempre così ammodo, perfino pubblicamente accondiscendente, con un’educazione da suorine di paese, una vita privata perfetta senza rumori di sottofondo, si è messo alle costole del presidente De Luca senza farsi notare.

Mentre il Governatore e i suoi squali studiavano vendette per la vocazione autonomista di De Caro, mentre il suo partito lo metteva in imbarazzo con prese di posizioni contro il presidente della Regione, Mortaruolo faceva come Penelope che aspettava Ulisse: tesseva la tela, senza forzare il tempo e le serrature del potere.

E’ un tranquillante politico per il suo stesso partito. La sua mitezza, la bonomia ferma sono state spesso irrise, ma il ragazzo (ex) al dileggio ha continuato a reagire tendendo la mano e mostrando una dentatura sorprendente, annientando all’origine ogni cattiveria che potesse dirigersi contro di lui.

Mortaruolo è la prova che i buoni in politica esistono e possono pure farcela. Nel suo partito, però, ora i cattivi vogliono mettersi a giocare in vista delle prossime Regionali: Valentino sta provando ad accopparlo, Del Vecchio (Raffaele) lavora sottotraccia.  Ma lui è l’ineccepibilità che risponde “presente” e si accomoda senza scomporsi. 

Del resto, facendo leva su quel suo buddismo democristiano, è riuscito a sopravvivere al clima rovente della Festa provinciale dell’Unità quando De Luca diede della “chiavica” al Pd sannita, alle parole scomposte e fuori senno del segretario provinciale Carmine Valentino sul pronto soccorso a Sant’Agata de’ Goti, si è tenuto lontano dalla sconfitta annunciata alle Provinciali.

Intanto, faceva anticamere infinite a Palazzo Santa Lucia e portava a casa 90 milioni di euro per la viabilità del Sannio, mica bruscolini, basti pensare che Caserta ne ha ottenuti 15 di milioni.

Ha recuperato il rapporto interrotto con il comitato per la viabilità negata del Fortore, quello che stava per incendiare la Rocca dei Rettori usando come miccia l’ex presidente Claudio Ricci.

Mortaruolo batte tutti con quel suo incedere da anacronistico doroteo, con quell’ostentato senso di essere di troppo, di abitare in un mondo che non gli assomiglia,  di stare scomodo dentro il suo habitus di consigliere regionale.

E, forse, è solo un inganno o un’illusione ottica.

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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