Pd, Desiderio: “Un ex sindaco non può affossare le Istituzioni”

Vi sarete, forse, imbattuti qualche volta nella definizione del Pd come partito del potere inutile. Una definizione diventata, ormai, classica. Autore ne è Giancristiano Desiderio. Ho deciso di sentirlo proprio sull’ultima crisi del Pd, scoppiata peraltro a Sant’Agata dei Goti che per Giancristiano Desiderio non è solo il paese d’origine ma un luogo dell’anima. Prima, però, devo dire ai miei lettori che Giancristiano, che oggi scrive per il Corriere della Sera e Il Giornale e collabora con Nicola Porro, è stato mio direttore, ahimè oltre vent’anni fa, quando diresse Il Sannio Quotidiano e, quindi, senza infingimenti, in questo colloquio ci daremo del tu come si fa tra amici.

Giancristiano, mi è capitato tra le mani il tuo recente libro su Croce, Einaudi ed il liberalismo, ma ho poi visto che hai pubblicato anche il secondo volume della tua biografia proprio di Croce. Per quest’anno hai finito o c’è dell’altro?

“Sì, c’è dell’altro, ma i libri sono il frutto di un lavoro quotidiano che s’identifica con la mia vita e senza il quale non saprei più vivere. A fine mese, con la ripresa della serie A, uscirà football che è un “trattato sulla libertà del calcio”, un tema al quale tengo molto perché è un modo di intendere la condizione umana”.

Invece, del Pd dici che è in una condizione da tragicommedia.

“Beh, il Pd tratta con comicità le cose tragiche e con tragedia le cose comiche. E così vien fuori il solito aforisma di Flaiano: la situazione è tragica ma non è seria” .

Ti riferisci in particolare al caso Sant’Agata dei Goti? 

“Il caso del mio sventurato paese è tragico ma diventa grottesco e risibile quando il Pd cerca di giustificarlo perché è sempre straniante quella condizione in cui il carnefice si presenta come il salvatore della vittima” .

La vittima è l’ormai ex sindaca Giovannina Piccoli?

“Anche, ma la prima vittima è l’istituzione Comune. Guarda, i fatti parlano da soli. Nella notte tra il 26 e il 27 maggio, ad un anno esatto dall’elezione, la nuova amministrazione targata Pd che era guidata dalla Piccoli, che, nella precedente amministrazione era vicesindaco, e che in giunta aveva tre assessori del Pd su cinque, è stata mandata a casa con una raccolta di firme presentate al notaio. Per quale motivo? Non si sa. L’unica cosa che sappiamo è che il capogruppo del Pd in consiglio comunale, fino a qualche mese fa prima che si dimettesse, è stato il segretario provinciale del Pd ed è stato due volte sindaco di Sant’Agata dei Goti. Quindi, sia il profilo istituzionale sia la decenza avrebbero voluto che, qualora ci fosse stata una divergenza con il sindaco, si sarebbe dovuta portare in consiglio comunale per discutere, e affrontare pubblicamente i problemi e poi, solo poi, in ultima istanza si sarebbe potuta togliere la fiducia. Il primo dovere di un consigliere, e a maggior ragione se si tratta di un ex sindaco, è proprio quello di far funzionare le istituzioni e non di distruggerle ricorrendo alle imboscate notturne. Le comunità migliorano se funzionano le istituzioni, non se vengono distrutte”.

Il Pd, però, ha detto che la sindaca non era del Pd.

“Ed è qui che la storia diventa comica. Anche un bimbo capisce che questo argomento è un’aggravante. Come a dire: siccome il sindaco non è del Pd allora faccio ciò che voglio perché sono il padre-padrone dell’amministrazione. Questa non è politica né amministrazione ma una concezione privatistica delle istituzioni che inevitabilmente conduce al disastro. Non a caso il Pd ha condotto il comune al dissesto finanziario, non a caso a Sant’Agata ci sono le aliquote fiscali più alte d’Italia, non a caso è ripresa l’emigrazione, non a caso i tre quarti delle case del centro storico santagatese, uno dei borghi più belli d’Italia come si dice con stanca retorica, sono in vendita. E di fronte a questo disastro amministrativo e politico gli esponenti del Pd, che a volte diventano figure manzoniane, voltano la faccia dall’altra parte come se il segretario provinciale del Pd non fosse l’artefice del disastro e dell’imboscata”.

Umberto Del Basso De Caro si è limitato a prendere atto di quanto accaduto.

“Una volta Umberto Del Basso De Caro ha detto di risultare antipatico per via del doppio cognome. In realtà, a me l’uomo è simpatico e il politico gode della mia stima: sa stare al mondo e sa bene che il potere non è roba né per educande né per moralisti. Tuttavia, lo preferivo quando difendeva Craxi. E, tuttavia, la difesa che ha fatto è più d’ufficio che di sostanza. Un atto notarile, tanto per stare in tema”.

Una difesa è venuta anche da Luigi Diego Perifano.

“Ho letto la bellissima lezione di diritto amministrativo di Perifano. Peccato che abbia un difetto” .

Quale?

“Non c’entra nulla. Nessuno mette in dubbio che si possa ricorrere alla decadenza dei consiglieri. Ma qui si discute dell’opportunità, delle modalità, del perché. Insomma, di politica e di istituzioni. Il diritto fa senz’altro parte della politica ma non vi coincide, per fortuna. Altrimenti, basterebbe un buon amministratore di condominio”.

Ad ogni modo nel Pd c’è fermento e ci sono state critiche al segretario del Pd, perfino richieste di dimissioni, come nel caso di Raffaele Del Vecchio oppure le critiche di Giulia Abbate e anche la richiesta di Mino Mortaruolo di affrontare il caso nelle sedi di partito, anche se poi ha rivisto la sua posizione. Il Pd è destinato a rimanere il partito del potere inutile?

“A me pare che il partito del potere inutile sia giunto al capolinea. Nessuno può pensare di gestire il potere in modo vano senza che l’inutilità prima diventi dannosa per gli elettori e poi si ritorca contro gli stessi burocrati dell’inutilità. Il partito del potere inutile oggi è a metà strada tra Fantozzi e Tafazzi. Alle elezioni regionali il Pd se la dovrà vedere con il partito del presidente De Luca che sta svuotando che cosa? Il partito del potere inutile. Questa è una storia tipicamente meridionale: nei partiti non c’è una vera opposizione interna ma un’unanimità di facciata che è la convenienza di ceti politici che appena trovano una soluzione più comoda trasmigrano altrove. Il maggior difetto di questo Pd è la inamovibilità, la totale riluttanza ad ogni forma di cambiamento dopo le batoste politiche, elettorali, culturali. In sostanza, il Pd che dovrebbe essere riformista è la perfetta anti-tesi del riformismo. I risultati sono drammatici: per le amministrazioni che, come nel caso santagatese e non solo, sono portate al fallimento; per il ceto politico votato al trasformismo; per chi resta perché si trova a disagio. Quest’ultimo mi sembra il caso di Mortaruolo ma non saprei se Mortaruolo 1 che voleva la discussione sul caso Sant’Agata o Mortaruolo 2 che è tornato sui suoi passi per esigenze di candidatura; di Giulia Abbate che indubbiamente crede nel suo compito ma deve crescere in seno al partito; e, naturalmente, di Raffaele Del Vecchio che ha giustamente parlato di agguato e credo che voglia una svolta. Credo che valga la pena organizzarsi perché la svolta è ormai nei fatti”. 

Eppure, se non ci fosse il Pd a Benevento non ci sarebbe proprio nessun dibattito.

“Ma sono tutti dibattiti sterili, non sono mossi nemmeno da astratti furori ma solo da astrattezze. Dai partiti non viene nulla di buono ma, purtroppo, non viene nulla di buono nemmeno dalla società civile: la mente beneventana è chiusa. Arbasino invitava i milanesi a fare una gita a Chiasso, qui basterebbe andare oltre Sferracavallo. L’ultima stagione culturale e politica fertile a Benevento è stata quella del centrodestra di Pasquale Viespoli che è stata fertile non perché di destra o di centro ma perché Viespoli ebbe la capacità di mettere a sistema le diverse forze che animavano la città. La riprova è dovuta dal fatto che la stessa amministrazione di Sandro D’Alessandro ha saputo poi beneficiare di quel clima e ha ottenuto risultati e attuato cambiamenti: come il nuovo volto cittadino. Nazareno Orlando fu un ottimo assessore alla cultura e seppe unire più energie e risorse scavalcando le fisime ideologiche, questo è riconosciuto anche da chi non si ritiene né di destra né di sinistra né di niente. Quella fu una stagione briosa, interessante, che seppe anche mettere a frutto l’eredità democristiana”.

Oggi, però, governa Mastella, non il Pd.

“Certo, ma Mastella non è di Benevento. Mastella è un signore democristiano che ha sofferto la fine della Prima repubblica ma ha vissuto la sua maturità politica nella Seconda repubblica in cui aveva difficoltà a far valere il suo centrismo nella stagione del bipolarismo, fino a quando ha pagato un alto tributo proprio quando credeva d’aver trovato una sua stabilità a sinistra: furono i settori più giustizialisti della sinistra del tempo che lo colpirono quando era ministro della Giustizia. L’amministrazione rispecchia la sua nostalgia democristiana e le sue delusioni post-democristiane: da un lato sa che non può andare a destra perché la Lega dice no, dall’altro lato sa che non può stare a sinistra perché lì lo hanno demonizzato e trattato come un appestato. Così Mastella senza mastellismo non è altro che sé stesso come uomo: un signor democristiano d’altri tempi, un po’ come i galantuomini liberali di una volta”.

Ritorniamo a Sant’Agata con cui abbiamo iniziato e concludiamo. Valentino dice che in realtà ce l’hanno con lui.

“Guarda, io non ce l’ho né con lui né con altri. La politica non si fa né si pensa avendocela con qualcuno. Lui, poi, mi è umanamente simpatico. Hai fatto caso che non lo nomino mai? Conta solo il ruolo politico che, come è svolto, strumentalizza le istituzioni e crea conformismo: sono i due presupposti dei disastri che abbiamo sotto gli occhi. In realtà, chi personalizza è lui perché gli fa comodo il vittimismo. Usa un doppio standard: prima colpisce duramente e poi fa il moderato. Ma, ormai, si tratta di un gioco scoperto non più credibile. Non è credibile che si proponga come il salvatore della patria dopo averla affossata”.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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