Pd, fuga dalla sconfitta

C’è una cosa che, ultimamente, al Pd sannita riesce  bene: perdere. Ma c’è una cosa che proprio non sa fare: analizzare le ragioni (profonde) della sconfitta.

Perde rovinosamente alle Comunali e dice che è tutta colpa di un candidato sindaco sbagliato.

Precipita vistosamente alle Politiche e dice che è colpa del vento che sta cambiando, in Italia e nel mondo intero.

Perde la guida di Comuni importanti – vedi Morcone – e fa spallucce.

Si fa impallinare dal fuoco amico alle Provinciali 2.0, quelle post riforma pd, e dice che, in fondo, ha tenuto, scongiurando l’anatema della vigilia, quello di un pronostico da 30 per cento, e che, in fondo al tunnel c’è sempre un domani.

Da almeno due anni, nel Pd sannita si va consumando una improduttiva fuga dalla sconfitta.

Eppure la sconfitta andrebbe trattata come il più leale tra gli alleati, andrebbe guardata dritto negli occhi, per capire come si muove e dove vuole andare.

E invece no. Il Pd decariano abituato a sguazzare nel perimetro ben circoscritto di un potere avvolgente, capace di muoversi agilmente dentro una bolla con tutto il resto del mondo fuori, è come paralizzato dalle sue stesse paure,  si atteggia a vittima bullizzata dal suo stesso corpo elettorale, vede nemici fuori da sé mentre è il Pd l’unico vero nemico del Pd.

Dal 2016 in poi, è mancata una complessa spiegazione della sconfitta. Si è preferito mantenere lo status quo, anziché mettere mano all’organizzazione interna, chiudersi nella torre d’Avorio della sua autoreferenzialità e del suo orgoglio. Mentre si consumava la disconnessione interna con miniscissioni territoriali, il gruppo dirigente restava immobile, aggrappato disperatamente ai braccioli delle proprie poltrone come prima di un disastro areo, refrattario al dialogo, sordo a qualsiasi impulso o stimolo.

Eppure qualche voce critica, intorno al silenzio complice e accomodante, quando non opportunista, dentro e soprattutto fuori gli spazi dove si costruisce l’opinione pubblica, si è levata: ci hanno provato giornalisti e intellettuali di questa provincia (sempre liquidati da alcuni grossi e grassi Soloni del Pd con il prefisso “pseudo”, ignorando di essere loro gli originali di cui diffidare); ci abbiamo provato, nel nostro piccolo-irrilevante-insignificante spazio,  noi di sanniopage, “pazzi malinconici” (e ci perdoni Salvemini), finiti nello loro risibili liste di proscrizione.

Intanto, nel Pd,  proliferavano sottogruppi di interessi, lievitava l’arroganza che dovrebbe stare sempre lontana dal potere, si colpevolizzavano gli elettori che compivano altre scelte, si blindava la classe dirigente logorata da uno strapotere poco condiviso, si ignoravano tutti i campanelli d’allarme che pure suonavano e ri-suonavano, si archiviava come storia passata, perfino, il segnale di allarme più importante per un partito, la ripetuta caduta nei consensi elettorali.

Anche dopo queste ultime Provinciali, il Pd, sconfitto, reagisce annunciando una caccia ai detrattori, anziché interrogarsi sui tanti perché dei tradimenti, che sì ci sono stati, eccome.  Si programma una direzione provinciale che sarà, probabilmente, la solita Sacra Inquisizione delle colpe apparenti degli altri, in cui prevarrà  il politicismo con buona pace della politica. 

Mentre l’unica cosa che dovrebbe fare il Pd è affondare le mani nella massa rovente della realtà, lasciarsi coinvolgere, evitare fughe e forse perfino dare voce e spazio a quella “mezza dozzina di pazzi malinconici (o innocenti)…massi erratici, abbandonati nella pianura da un ghiacciaio che si è ritirato sulle alte montagne”. E quel ghiacciaio è oggi il Pd. 

E ancora una volta, ci perdoni Salvemini, per averlo scomodato per così poco. 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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