Se il Pd è malato, LeU è morta

Diciamocelo (se pure con qualche giorno di ritardo): se il Pd è malato, LeU è morta. Attenzione, non stiamo pronosticando la fine della sinistra, ma solo di quel contenitore mezzo pieno che fu acconciato a pochi mesi dalle elezioni dopo la scissione dei bersanian-dalemiani dal Pd. 

Sembrava una buona idea e invece si è rivelata pessima al punto tale da poter essere letale. Mettere insieme i pezzi della sinistra “istituzionale”, anti-Renzi più che anti-Pd, non è bastato per attrarre il voto degli elettori, che dopo cinque anni di governo Pd, si sentivano orfani di una sinistra.

Quella tra Possibile, Sinistra italiana e MdP non è sembrata neppure una fusione a freddo (visto che nessuno dei tre partiti si è sciolto per diventare un corpo unico), ma è parso un matrimonio di interesse. I mesi persi ad inseguire il fuggitivo Pisapia, ormai scomparso dai radar italiani, le ospitate in tv di D’Alema e Bersani per spiegare le ragioni della scissione, poi la scelta di un leader puro e necessario, Pietro Grasso, alla prova della campagna elettorale più somigliante a  Forrest Gump che a Corbyn, le liste composte lasciandosi orientare dall’istinto di sopravvivenza, la totale assenza dal dibattito pubblico hanno servito una risposta indigesta alla domanda che Massimo D’Alema pare abbia posto al sondaggista Pagnoncelli a poche ore dal voto “Nando, allora, quanto stiamo sprofondando?”, frase diventata un tormentone negli ambienti della sinistra romana.

Partiti dalla promessa di una percentuale a due cifre, quelli della sinistra-sinistra sono riusciti a stento a superare – e di misura – la soglia di sbarramento, il fatidico 3 per cento.

Di chi è la colpa? 

Sicuramente di un gruppo dirigente che non si è dimostrato in grado di fare la sinistra, ma che è apparso stanco, asfittico, autoreferenziale, preoccupato per i propri destini personali, timido e senza quei contenuti che l’elettore ex di sinistra si aspettava di ritrovare.

Prendiamo Benevento. 

Qui LeU è nata male ed è finita peggio.

MdP-Articolo 1 è stata un’operazione a tavolino: prendi un ex “compagno” con il suo bagaglio di velleitarismo malinconico che fa tanto sinistra-sinistra  – Gianluca Aceto – affiancalo a un giovane di estrazione moderata dal volto bonario e di “buona famiglia” – Angelo De Marco – e il gioco (o meglio il giocattolo)  è fatto. 

A Mdp ci aggiungi poi quel che resta della sinistra a Benevento, cioè il resto di niente: Gianluca Serafini, un’eterna promessa che speri sempre che ce la faccia (perché merita), Federica De Nigris, che alle Comunali non andò oltre il voto di famiglia, Lorenzo Catillo, ideologo di una sinistra che in Italia ha lo stesso successo dello yogurt greco nel banco frigo del supermercato.

Anche LeU nel Sannio non è andata oltre il tre per cento. E, vista l’aria che tirava e la loro capacità di attrazione e di farsi strada nel dibattito pubblico, bisogna pure ringraziare il dio laico della politica se le cose non sono andate peggio. 

Per dirla con Del Basso De Caro, “altri due giorni di campagna elettorale e si fermavano sotto lo sbarramento”.

Quelli di LeU a Benevento si sono fatti segare l’unico candidato che potesse davvero fare la differenza, quel “buon uomo” del sindaco di Airola, Michele Napoletano, che aveva pure parlato da “ex ragazzo di sinistra” ad una prima assemblea di LeU alla biblioteca provinciale. Doveva fare il capolista al Senato, lo hanno scaricato come un corpo esanime di cui sbarazzarsi prima che qualcuno potesse sospettare l’omicidio perfetto. Tutta colpa dei maggiorenti romani e napoletani, gli uscenti dal Parlamento, che si azzannavano tra loro per non perdere il posto al sole, perché “lavorare stanca”.

LeU nel Sannio, dopo l’altolà a Napoletano, ha rimediato come poteva.

Per carità, buone le candidature del professore-buono, Amerigo Ciervo, presidente Anpi, molto stimato ed apprezzato in città, e di De Marco, ingegnere proveniente da una “dinastia” di super-ingegneri, un ambizioso non cattivo, la cui assenza di tigna gli ha provocato le antipatie dell’ala tignosa della sinistra sannita. Sbagliata forse la scelta di candidare al Senato Serafini, che in tempi di iperdemocrazia, dove  ogni cittadino può aspirare alla sua legislatura di notorietà, è parso come un candidato della nomenclatura decadente se non decaduta.

Basta guardare come è andata a Telese, dove Serafini è consigliere comunale di maggioranza e Aceto, di opposizione: in due sono riusciti a portare nella casa che pure stava bruciando poco più di 100 voti. 

Una debacle che avrebbe dovuto portare alle immediate dimissioni di Aceto da coordinatore di Mdp, che invece si è chiuso in un silenzio assordante, e quantomeno ad un’autocritica impietosa ad alta voce di Serafini. Ma a sinistra davanti a una sonora sconfitta  tacere è una virtù e, quindi, tacciono tutti. 

Liberi e Uguali ha dimostrato di esistere solo a Benevento città, dove almeno si attesta oltre i 1000 voti. Alle politiche del 2013 Sel prese una manciata di voti in più, ma era un altro mondo e c’era ancora uno zoccolo duro di sinistra che non subiva la fascinazione dei 5 Stelle.

I voti di Benevento sono stati il frutto del lavoro dei candidati, mentre l’elettore ex sinistra scivolava verso il Movimento di Grillo, senza che nessuno fosse in grado di fermare l’emorragia. Ed è su questo che LeU dovrebbe avviare una riflessione, dalla quale sembra stia rifuggendo perché a sinistra la polvere deve stare sotto il tappeto fino alla prossima campagna elettorale quando, con tempismo suicida, tornerà a far roteare i pugnali. 

Ha fatto bene, perciò, Amerigo Ciervo ad invocare il passo indietro di tutto il gruppo dirigente di LeU. 

La sconfitta di Liberi e Uguali – ha scritto Ciervo nella lettera a sanniopage –  è molto più grave e significativa di quella del PD. Di questo partito sono state sconfitte la politica e la classe dirigente. Quella di LeU è, invece, la sconfitta della sinistra che giunge da una speranza delusa, seppure carica di attese. E’ la sconfitta della sinistra che recava con sé l’eredità delle sinistre italiane più antiche, con un gruppo dirigente di vecchia militanza, e un manipolo di donne e di giovani interessanti. Detto ciò, il gruppo dirigente di LeU farebbe bene a lasciare, compiendo un atto di generosità nei confronti di quel milione e più di elettrici e di elettori che, nonostante tutto, forse pure turandosi il naso, hanno scelto di puntare sulla lista. Un atto che sarebbe una sorta di risarcimento per aver brigato solo per mantenersi a ogni costo la poltrona. Ed essendo, della voragine apertasi a sinistra – ha annunciato il prof.- anch’io un po’ responsabile, sia pure per la quota parte “temporale” di una trentina di giorni, è necessario farmi da parte”.

 E invece è proprio dal professore-buono che bisognerebbe ripartire. L’elettore di sinistra è vivo e vegeto e lotta insieme a voi, ma ha bisogno di essere rassicurato, vuole accucciarsi in una casa accogliente ma ha bisogno di chi lo prenda per mano. 

Ciervo è un intellettuale, è conosciuto ed è riconoscibile, conosce la storia di questo Paese, la letteratura del movimento operaio, ed è in grado di comprendere la contemporaneità di una politica e di un’antipolitica nuove, non porta sulle spalle il peso di troppe lotte e di troppe sconfitte, non ha esperienza di partiti finiti ma ha un programma, tenere la sinistra dentro il futuro. Certo gli occorre l’energia che è propria dei giovani come Angelo De Marco, Lorenzo Cicatiello e Laura Racchi, se se la sentono ancora. Ma è un lavoro duro, quotidiano, di coraggio e pazienza. Bisogna anzitutto abbandonare le tare del rancore politico e personale e buttarsi nella società, per ascoltare e provare a capire i bisogni e i desideri dei cittadini, sporcarsi le mani nel dibattito pubblico, prendere posizione e assumere decisioni. Possibile, per esempio, che LeU non abbia sentito l’urgenza di dire la sua sulla devastazione della Spina Verde, sul caos mensa, sul furto al museo del Sannio?

Partito o no,  LeU  per nascere più che per rinascere dovrebbe battere il territorio palmo a palmo, occuparsi degli altri più che di se stessa, evitando di rinchiudersi in stanze fumose e nella retorica stantia. Altrimenti sarà solo un brutto ricordo di una brutta campagna elettorale. 

 

 

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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