Da Pd a PdBdC, storia di una mutazione genetica

Se il Pd fosse ancora il Pd, in queste ore, dovrebbe rumoreggiare.

Dovrebbe indignarsi (o fingere di indignarsi)  perché uno dei suoi esponenti di primo piano, Luigi Scarinzi, ex assessore delle due Giunte Pepe, candidato alle scorse comunali (poco più di un anno fa) nella lista Pd, è saltato sul  carro dei potenziali vincitori di Forza Italia.
Su quest’ultimo salto della quaglia potrebbero consumarsi fiumi di inchiostro e battere i tamburi dell’ indignazione. Questo se il Pd fosse ancora un partito normale: ma, ormai, da tempo, il Pd sannita non è più il Pd, ma è il PdBdC (Partito di del Basso De Caro).
E il PdBdC non è solo oltre il Pd, ma è addirittura oltre il PdR. Una sottospecie locale del PdN (partito della nazione) teorizzato (o meglio agognato) da Renzi, un partito della provincia di Benevento con specificità territoriali.

Luigi Scarinzi, ai tempi del primo governo Pepe, era nel cerchio degli adulatori di Clemente Mastella. Quando l’ex guardasigilli provò a staccare la spina al sindaco Pepe, l’assessore Scarinzi fu tra quelli che gli voltò le spalle, consentendo, insieme ad altri mastelliani, la sopravvivenza della maggioranza di palazzo Mosti. Si avvicinò al Pd, fino a tesserarsi. Dopo la debacle elettorale delle amministrative, durante le quali si candidò nella lista del Pd, a poche settimane dall’insediamento del Consiglio comunale a guida Mastella, lasciò il gruppone d’opposizione dei dem, per poi staccarsi definitivamente dal Pd. L’epilogo era nell’aria da tempo: annusata la vittoria del centrodestra, Scarinzi ha optato per “la mossa del cavallo” (ormai copyright di Ingroia?), aderendo ufficialmente al centrodestra, con giubilo della De Girolamo che ieri esibiva, in una conferenza stampa, lo scalpo del Pd, cui ha sottratto un “mister preferenze”.

Dietro la scelta di Scarinzi, c’è la teoria del Centro mobile: il Centro può spostarsi a destra e a sinistra senza imbarazzo. Quello che latita  dietro queste scelte sono i valori, le idee.

Scarinzi & co. sono quelli a cui il principio di realtà suggerisce che si vada là dove porta il potere, senza il quale, andreottianamente, ne risultano logorati.

Ma il PdBdC ha poco da lamentarsi, e, infatti, non se ne lamenta. Quando il vento arrivava in poppa, il Pd a trazione decariana ha imbarcato di tutto, con l’obiettivo di mettere su  una gioiosa macchina da guerra. 

Distrutta l’ala di sinistra del “fu Pd” (da Boffa a Perifano), in un’alleanza con i Del Vecchio, De Caro ha, in questi anni, costruito un Pd geneticamente, ma anche antropologicamente, modificato. Non il miglior partito, ma solo – per dirla con Darwin – il più adatto a sopravvivere nel panorama geopolitico e a vincere elezioni. 

La mutazione genetica del Pd e la sua conversione in PdBdC cominciò con l’ingresso di Antonio Barbieri. L’ex deputato del PdL, vice coordinatore del partito berlusconiano, si prestò al ribaltone alla Provincia abbandonando il centrodestra e beccandosi la vicepresidenza della Rocca dei rettori allora guidata dal prof. Cimitile.

Entrò successivamente nel Pd dalla porta principale sconquassando il Pd di Cerreto Sannita, comune di cui fu sindaco. De Caro lo appoggiò nella scalata del partito, in una guerra senza quartiere che  lasciò morti e feriti sul campo, quasi tutti ex ds. Oggi ne sostiene la corsa a primo cittadino. 

Di recente, l’ex vicecoordinatore di Forza Italia, Costantino Fortunato, sindaco di Morcone, è diventato l’ uomo-simbolo del PdBdC: non solo si è impadronito del Pd di Morcone, causando l’ira funesta dell’ex gruppo dirigente, fuoriuscito ormai dal partito, ma è stato addirittura nominato con i voti del Pd presidente del Consorzio Asi di Benevento. Eppure l’uomo è personaggio discusso: sul suo curriculum vitae pesano condanne e pignoramenti per varie vicende giudiziarie. 

Un altro ex forzista oggi esponente di spicco del PdBdC è il sindaco di Amorosi, Giuseppe Di Cerbo. E da tempo sono in atto appostamenti di  altri centristi di destra, Giovanni Tommaselli e Giovanni Mastrocinque, sindaco e vice sindaco di Foglianise, e Pompilio Forgione, primo cittadino di Solopaca.

Nella galassia del “fu Pd”, De Caro portò anche un drappello di truppe mastelliane: il capogruppo del Pd a Palazzo Mosti è proprio un ex fedelissimo di Mastella, Francesco De Pierro. 

Ogni volta, al tavolo delle trattative De Caro si sarà dovuto presentare con un pacchetto di negoziazione tutt’altro che evanescente.

Quello di Del Basso De Caro è un partito liquido, ma con elettorato vincolato, una forza di sistema che ha solo un avversario, il populismo, ma non quello di Destra (con cui si è sempre pronti a stringere alleanze), ma quello del M5S.

Le liste delle Comunali del giugno 2016 erano infarcite di ex esponenti di Destra, puniti dagli elettori (come Capezzone e Campese, ex destroidi finiti a fiancheggiare il Pd).

Con tanta destra dentro, il Pd di De Caro ha cambiato pelle, avviando una mutazione genetica dalla quale i malpancisti hanno solo potuto allontanarsi. I recenti congressi, provinciale e cittadino, sono stati celebrati con un candidato unico, che, di fatto, è più un commissario per  interposta persona che un leader democraticamente eletto. 

Quella di De Caro non è la teoria del voto utile, ma quella del partito più adatto a restare a galla, nel quadro delle trasformazioni politiche in atto, e ad acchiappare voti. Anche i dinosauri, però,  si garantirono un dominio assoluto del pianeta per 160 milioni di anni, salvo poi estinguersi completamente, perché avevano perso l’adattabilità. lo stesso rischio che oggi corre il Pd, soprattutto e anzitutto in alcune mutazioni territoriali.

 

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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