Il potere dei proni

di Gianluca Aceto

Le cronache del Belpaese abbondano di possibili spunti di riflessione.

Alcuni temi sono caldi, caldissimi, hot. Quasi come l’hackeraggio del telefonino di una giornalista televisiva.

Si è animato il dibattito sul referendum costituzionale, ad esempio, mentre ulteriore sfriccico lo mette la ministra Beatrice Lorenzin (Bea, per gli amici), superando se stessa e reiterando la boiata del secolo che risponde al grido di “Fertility Day”.
Ecco, iniziamo dalla boiata di Bea. In un paese normale l’avrebbero già cacciata a calci nel sedere, la ministra. Da noi no. Molte voci di indignazione si sono levate, provenienti anche da militanti e quadri del Partito democratico.

Voci sincere, autentiche, sofferenti. Nessuna presa di posizione, però, è venuta dagli organismi del Pd. È il silenzio dei complici, che in quanto tali o condividono una posizione oppure dissentono ma non profferiscono parola perché è meglio non disturbare il manovratore. Il quale, del resto, ha già un sacco di disturbi di suo.

Eppure la cosa è semplice: se la Lorenzin ha assunto e reiterato una scelta solo sua, deve dimettersi. Oggi è già tardi, ieri sarebbe stato meglio. Sennò Bea la deve rimuovere il capo del governo.

Poi però dovrebbe dare – il capo ma anche tutto il governo – un’altra spiegazione: com’è che a luglio ha approvato il Piano fertilità, di cui il Fertility Day rappresenta una campagna di comunicazione?
Il Piano fertilità è semplicemente insulso, una laida accozzaglia di improponibili asserzioni che relegano la donna al ruolo di custode del focolare. Mi è venuta l’orticaria solo a leggerlo.

Chi l’ha scritto andrebbe preso a schiaffi, insieme a chi l’ha approvato. Solo dei poveri di spirito – e di competenze – possono scrivere certe cose ignorando ciò che tutta la letteratura (e la conoscenza empirica) in campo sociale e lavorativo ha squadernato da tempo davanti ai paesi industrializzati: il legame diretto tra demografia ed efficacia dei sistemi di assistenza sociale e lavoro.

Invece tutto tace, da parte di chi pure rappresenta un mondo sensibile a certe tematiche. Pensavo che col Family Day avessimo toccato il fondo. Forse è colpa della lingua inglese?

E invece stiamo scavando e ormai ci apprestiamo a trivellare. Del resto, che le trivellazioni fossero una vocazione di questo governo di centro-sinistra, sostenuto dal Nuovo centro-destra di Bea e Angelino e dal padre costituente Denis Verdini, lo avevamo capito in occasione del precedente referendum. Intendo quello che il capo del governo e il presidente emerito Napolitano invitarono a disertare.

Profilo istituzionale ai tempi di twitter.
Come diceva Mao Zedong, grande è la confusione sotto il cielo. Solo che oggi la situazione è pessima. E maleodorante.
Il silenzio dei complici ha tante cause, che non ho il modo né le competenze per richiamare. È un dato unanimemente acclarato che gli spazi di costruzione democratica e civile sono ormai inesistenti. La «chiusura dell’universo di discorso», di marcusiana memoria, ha concretizzato le sue ricadute politiche, culturali, sociali. Siamo ridotti in brodaglia informe, “invitata” quotidianamente a non esercitare il diritto-dovere al pensiero critico, scoraggiata ad approntare strumenti di trasformazione e a manifestare il proprio libero pensiero.
Il tema è intrigante, ma complesso e lungo. L’enorme disponibilità tecnologica rivela il suo contrappasso: ridotti tutti al rango di consumatori inconsapevoli, alla gran parte di noi sfuggono i profondi arcani che sorreggono le impalcature sovrastanti. E sempre di soldi e potere, alla fine, si tratta. Solo che oggi non ci interroghiamo più.

Abbiamo spontaneamente consegnato le nostre informazioni più intime ai detentori degli algoritmi, quelli che hanno inventato social network talmente potenti da poter mettere in ginocchio i politici di tutta la Terra. Quasi nessuno di noi fa eccezione.

Ci sono dentro pure quei pochi che non hanno profili e account social. Non si illudano come si illusero i luddisti nell’Ottocento: non è così semplice.
Sono centinaia gli studi scientifici che dimostrano l’influenza negativa dell’uso inconsapevole delle tecnologie sui processi neuronali, con tutte le conseguenze fisiologiche che ne derivano.

Parlo di studi seri, non evoco scenari terroristici e complottistici, tipo scie chimiche. Intendo dire che oggi siamo giocoforza indotti a ragionare meno, o perlomeno a farlo in maniera sempre meno riflessiva e critica. La ragione è ridotta al rango di funzione: immediata, utilitaristica, circoscritta e chiusa nel qui e nell’ora. Non è un discorso morale, il mio, ma una valutazione sulle strutture sociali ed economiche che producono tutto questo.
Quindi non bisogna stupirsi del fatto che la cifra più attuale sia la mediocrità: la pura e semplice mediocrità è, al tempo stesso, causa e conseguenza del mondo che viviamo. È pure fashion! Un bravo mediocre ha pochi ma essenziali caratteri: non si interroga e, se lo fa, bada bene dall’esprimere critiche a chi lo sovrasta in gerarchia. Perché sennò come farebbe, il mediocre, a sperare di avanzare in carriera?

Come potrebbe aspirare, ad esempio, ad una promozione nel lavoro, o a una candidatura, o a un posto al sole di una segreteria di un qualsiasi livello?
Nei mesi scorsi ho partecipato a riunioni in cui si parlava della ministra Boschi come del nuovo leader politico nazionale, addirittura tale da prepararsi a sostituire Renzi. No, non scherzavano. Lo preciso: non ho astio nei confronti di Renzi e Boschi, a cui anzi riconosco pure dei meriti. Ad esempio: penso fosse giusto (e lo è ancora) il tema della necessità di cambiare alcune cose e di liberarsi dal pantano tipicamente italico. Certo, a parte qualche lodevole eccezione, non condivido i contenuti e gli esiti reali delle loro politiche. Della cosiddetta sinistra non oso nemmeno parlare, per pudicizia. Per scorno, se preferite.
Se i mediocri fossero stati meno mediocri, un paio di anni fa, avrebbero capito che le guasconerie di allora già segnavano la via verso il fallimento, e che il cambiamento non è un motto fine a se stesso, ma deve essere denotato da contenuti, direzioni, fatica, applicazione, competenza. Umiltà.
Dicevano che avrebbero asfaltato tutto, ma non immaginavano di essere costretti a dipendere da uno schiacciasassi di nome Verdini. E questo vale, mutatis mutandi, su tutti i livelli e in ogni territorio, compreso il Sannio.
Si erano inventati la storia dei 10.000 comitati per il sì come fucina della nuova classe dirigente: all’anima! Poi ci sono state le due settimane tra il 5 e il 19 giugno, quando la realtà reale ha suonato la campanella. Volete capire cosa sarebbe in concreto la Costituzione se vincesse il si? Guardate a quello che hanno fatto con le province: balle spaziali, su tutta la linea.

Sono due anni che inseguono i rimedi ai disastri che hanno combinato. Ascoltate il resoconto dei lavori di commissione del 22 settembre, ascoltate la relazione del sottosegretario. Ed è solo un assaggio. La qualità delle leggi continua ad essere infima: le cose non funzionano perché una schiera di incompetenti ha pensato davvero di incarnare lo spirito dei tempi nuovi.
I bravi mediocri tacciono, ma hanno anche un’altra caratteristica: sono tanti e ubbidiscono all’ordine di attaccare il nemico tutti insieme. I mediocri vivono e cacciano in branco, come i licaoni. Il nemico è chiunque provi a dire la sua.

Chi manifesta apertamente il dissenso è etichettato come collerico, astioso. Chi prova ad andare al di là del piccolo cabotaggio e della sopravvivenza quotidiana riceve le stigmate di pazzo visionario. Per i Greci sarebbe stato un pregio: la chiamavano parresìa. Oggi è un delitto imperdonabile. Questi non hanno letto una riga di Marx, e lo sapevamo, ma sono allergici pure a Nietzsche che tanto va su Facebook.
Il potere dei più buoni: mi ronza in testa questo motivo di Giorgio Gaber, genio da prendere con le molle della capacità critica e del discernimento (e vabbè), sennò si rischia di interpretarlo come un Salvini ante litteram (e un brivido mi corre lungo la schiena). Qui non voglio chiamare in causa «i più buoni», anche perché sarebbe difficile aggiungere qualcosa a Gaber.

Ho voluto scrivere due righe su un’altra figura antropologica, sempre presente nei consessi sociali ma divenuta ormai dominante, al punto da spazzar via da tutte le nicchie ecologiche (e politiche) ogni forma diversa de se stessa. Come fece Homo sapiens, a partire da quasi 200.000 anni orsono, che progressivamente sfrattò le altre famiglie di ominidi (Neanderthalensis, Naledi, Floresiensis, etc.); così Homo Pronans ha marcato la sua superiorità biologica e adattiva. Non c’è scampo.
È il potere dei più proni, che dispiega plasticamente la sua (ir)resistibile pervasività. Il potere si dispiega perchè i proni sono piegati. Un equilibrio perfetto. La democrazia, avrebbe ancora aggiunto il vecchio Gaber, è proprio un’idiozia conquistata a fatica.

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