Reportage 4 – Viaggio nel lavoro ferito e resistente. Tra le immagini spettrali di Corso Garibaldi e Via Traiano

Il Corso Garibaldi e Via Traiano senza un’anima viva. Bar, ristoranti e negozi d’abbigliamento con le porte sbarrate. Chiese chiuse come neanche durante la guerra. Piazze e panchine disabitate. Una sequenza di immagini spettrali che rimarranno fisse negli occhi per molto tempo. Per il mondo del lavoro la batosta del coronavirus è stata devastante. Dall’agricoltura all’edilizia, dal commercio al turismo, dall’artigianato alla gastronomia. E per tanti altri mestieri collegati alla cosiddetta “arte di arrangiarsi”. Quando rivedremo il sorriso sui volti dei 9 dipendenti del centralissimo “Caffè Strega”? Quando ripartirà l’economia?

Sabato mattina,9 maggio, a contrada San Vito, incontro l’imprenditore edile Bruno Fiorillo, che appare scoraggiato. Non ce la fa più a portare avanti un’attività iniziata trent’anni fa. Ma come, proprio adesso che le misure restrittive cominciano ad allentarsi ed inizia la fase due? “Da due mesi è tutto fermo -sbotta sconsolato Fiorillo- una volta avevo fino a venti operai, poi pian piano li ho dovuti licenziare. La crisi ci attanagliava già prima del virus. Ho fatto lavori anche per 200 mila euro. Ho realizzato le cappelle della Confraternita di San Giovenale al cimitero. Le tasse, i controlli, la burocrazia ci soffocano. Voglio togliere tutto di mezzo, voglio chiudere. Mi ritiro in campagna. Ho comprato una casetta con i miei risparmi”.

Dopo il lungo lockdown che ha  sconvolto il ritmo della vita quotidiana si comincia a respirare un po’ l’atmosfera della poesia leopardiana “La quiete dopo la tempesta”, “risorge il romorio, torna il lavoro usato”. Accanto alle farmacie, i supermercati, i tabacchini, le edicole, rimasti sempre aperti, riprendono lentamente il lavoro le librerie, i baristi, i pizzaioli, i pasticcieri, i fiorai. In Via Napoli riapre il calzolaio Angelo. Ha attrezzato il suo negozio con uno sportellino in plexiglas, come un ufficio postale. Ha fatto tre volte la sanificazione e aspetta i clienti per una possibile ripresa. Ma la vede dura per il futuro.

“Ho solo tre paia di scarpe da riparare -spiega Angelo– le priorità della gente sono altre. Chi non ha lavorato per mesi è senza soldi. C’è da pensare al cibo, alla pulizia, alla salute. Di questi tempi si guadagnava un po’ perché c’erano le comunioni. Col cambio di stagione era più sentita la necessità di riparare le scarpe. Ma tra poco arriva l’estate e si passa alle pantofole. Siamo veramente rovinati. Ho due affitti da pagare. Per il prossimo 16 maggio bisogna versare mille euro di contributi. A volte mancano i soldi per fare la spesa. Ho fatto la domanda per gli aiuti statali. L’artigianato è finito. Ho paura, non credo che ce la faremo”.

La protesta dei ristoratori è culminata nella consegna simbolica delle chiavi al sindaco di Benevento. Al comitato capeggiato da Mario Carfora hanno aderito 150 imprenditori del settore, che danno da vivere a ben 500 famiglie. Chiedono un contributo a fondo perduto e prestiti bancari agevolati, altrimenti il 50 per cento di essi rischia di non aprire più. Con la possibilità della consegna a domicilio e dell’asporto si è aperto qualche spiraglio, ma solo alcuni si sono attrezzati per questi servizi. Nel primo trimestre 160 aziende del Sannio hanno chiuso i battenti. A completare il quadro, il 5 maggio, scatta il sequestro dei gazebo per i bar di Corso Garibaldi, perché non sarebbero esteticamente intonati con la zona ricadente nel Sito Unesco.

Nella delegazione che raggiunge Palazzo Mosti c’è anche Nunzia, storica ristoratrice di Via Annunziata. “Oggi sono davvero preoccupata -evidenzia allarmata- senza un contributo governativo saremo costretti a chiudere. Io rappresento la terza generazione della mia famiglia che avviò questa attività 93 anni fa. Provo una tristezza enorme. Ho avuto la fortuna di continuare la tradizione con mio figlio, che appartiene alla quarta generazione. Non avrei mai immaginato uno sconquasso simile. Speriamo di rialzarci presto”. La voglia di ripartire serpeggia forte nella miriade di piccole iniziative che ravvivano i vicoli della città.

Che ne sarà della movida? “Sono almeno 20 le attività presenti nel Centro Storico -racconta Gino Cocozza a Ntr24– con circa 100 lavoratori direttamente o indirettamente addetti, con un volume di affari annuo di circa due milioni di euro. Ci vuole un supporto, anche rianimando gli spazi con eventi culturali. Faremo un’associazione per far sentire la nostra voce”. “Occorrono regole chiare per le banche -aggiunge Gianluca Alviggi della Confesercenti- bisogna facilitare l’accesso al credito, altrimenti sarà un ecatombe per le 13mila imprese sannite del commercio, con migliaia di fallimenti. Per impedire questo serve subito la liquidità”.

Per rimettere in cammino l’economia la provincia di Benevento ha invitato tutti a ritrovare un nuovo “senso del territorio”, proponendo un piano di piccole opere per il turismo e l’agricoltura delle aree interne, lanciando la “Piattaforma Montagna”. Un’altra spinta verrà dal pacchetto di aiuti per oltre 900 milioni di euro approntato dalla Regione Campania per le imprese, i lavoratori autonomi  e le famiglie bisognose. La Camera di Commercio, attraverso la Valisannio, ha lanciato due bandi per circa 3 milioni di euro e ha proposto un tavolo permanente per lo sviluppo tra imprenditori, istituzioni e  parlamentari sanniti.

L’associazione Cives, con un confronto online tra autorevoli esperti, ha individuato nel vino un formidabile trampolino di rilancio del Sannio, che con 11 mila ettari di vigneti coltivati rappresenta più della metà della produzione campana. A patto che si punti sull’identità e la cooperazione. La chiave di volta, insomma, sta nell’abbinamento intelligente tra saperi, cultura, storia e ambiente. “Per l’agricoltura, che va ripensata -ricorda il consigliere regionale Mino Mortaruolo– sono disponibili 79 milioni di euro. Tra l’altro, si potrebbe immaginare una grande enoteca provinciale, coinvolgendo i soggetti già attivi nel settore”.

Dal lavoro ferito, falcidiato, annientato a quello resistente, trasformato, digitalizzato. A cominciare dal mondo della scuola, dove insegnanti ed alunni sono stati catapultati in una dimensione surreale. Dove molto è stato affidato alla fantasia creativa, alla capacità di resilienza e di adattamento, alla buona volontà e all’elasticità di una didattica  essenziale. Ha trionfato lo smart working. Con le video lezioni, le video chiamate, le video conferenze, la scannerizzazione di libri e documenti, di appunti ed esercizi trasmessi via skype o attraverso whatsapp. Un profluvio  di spiegazioni, interrogazioni, aule e lavagne virtuali.

“Questa metodologia -rileva Fernando Paribello, docente di Costruzioni al “Galilei-Vetrone”- è apparsa del tutto improvvisata. Dalla sera alla mattina ci siamo trovati ad affrontare un percorso impensabile. Non c’è nulla di positivo, la formazione a distanza può valere per l’emergenza, ma non può essere la regola. La personalità si forma a scuola, in classe. Gli insegnanti hanno dovuto adattarsi con tanto sacrificio personale, perché manca un software idoneo. Si è trattato in pratica di un lavoro spontaneo, di un’offerta. Non c’è stato alcun corso di formazione. Poi il messaggio “tutti promossi”, il ministro poteva risparmiarselo”.

Con la chiusura delle scuole, questa forma di contatto ha permesso almeno di continuare il dialogo educativo. “Ha consentito di offrire un appoggio psicologico- sottolinea Mariella Ambrosone, insegnante di Chimica all’Istituto Virgilio- soprattutto a chi deve fare gli esami. Per noi il lavoro è aumentato. Passo praticamente intere giornate davanti al computer. Ci dovrebbero dare strumenti migliori. Ci sono ragazzi senza connessioni. Ci siamo mossi in ritardo. Stranamente ora sono tutti presenti. L’organizzazione è un po’ traballante. Il virtuale è bello ma stanca. Tutti vogliono tornare a scuola, perché lì c’è aggregazione”.

Il rapido passaggio al virtuale è stato contrassegnato da lentezze e difficoltà. Per la scuola i rapporti umani hanno avuto sempre un valore importante. “All’inizio -ammette Annamaria Mercurio, docente di Matematica al “Galilei Vetrone”- eravamo impreparati. Ora ho imparato a trasformare lo schermo in lavagna. Mi hanno aiutato i ragazzi di quinta. A volte cadono le connessioni, perché in alcuni paesi la linea non è forte e potente. Soprattutto quando c’è un picco di collegamenti la piattaforma non regge. Ci vorrebbero uguali condizioni per tutti. Lo strumento è valido, ma la didattica in presenza è un’altra cosa”.

Dall’ufficio a casa davanti al computer anche per i lavoratori del campo assicurativo. La continuazione di questa formula anche in futuro potrebbe far comodo alle aziende, con grossi rischi per il licenziamento del personale. “Le società vanno a guadagnarci -osserva un dipendente di Alleanza Assicurazioni– perché risparmiano sui rimborsi per la benzina e per il telefono e su altre indennità. Prima andavamo a casa della gente. Per me il contatto con le persone è fondamentale. Col tempo servirà meno personale. Ma questo sistema senza formazione non va. Abbiamo messo la Ferrari in mano a gente appena patentata”.

Sul fronte della “resistenza” hanno marcato la loro presenza le edicole. Tra paure e giuste distanze hanno garantito un servizio pubblico indispensabile. “Siamo stati al nostro posto -afferma l’edicolante Giacomo Zeoli– trasmettendo tranquillità e serenità alla gente nei giorni della grande preoccupazione. La vendita dei quotidiani è fortemente calata, mentre è aumentata quella dei settimanali, dei periodici, dell’enigmistica, delle riviste contenenti gadget e giochi per bambini. Dalle grandi case editrici ci saremmo aspettati una maggiore attenzione al nostro lavoro, almeno un kit per la protezione dal coronavirus”.

Per il cinema ed il teatro il cammino per un ritorno alla normalità sarà ancora lungo. L’ultimo spettacolo in città risale al primo marzo scorso, quando al San Marco di Via Traiano, è andato in scena  il concerto “Meraviglioso: tributo a Domenico Modugno. La vita di un uomo attraverso le sue canzoni”. Protagonista il cantante abruzzese Gianfranco Ricciotti, con la sua band. Per il futuro bisognerà adeguarsi alle nuove misure di sicurezza. E trovare anche spazi diversi. “Questa estate -ha proposto l’ex assessore comunale Enrico Castiello– cinema al Teatro Romano. Dai Benevento, provaci”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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