Sannio Falanghina, flop di mezz’estate o grandeur di una visione?

Partiamo da una premessa: Sannio Falanghina è la migliore visione che abbia attraversato questo territorio  negli ultimi 10 anni.

Nel presentare la candidatura di Castelvenere, Guardia Sanframondi, Sant’Agata dei Goti, Solopaca e Torrecuso per Città Europea del Vino 2019, Recevin, la Rete comunitaria delle 800 Città del Vino, mise in evidenza come sul territorio di questi cinque comuni venga coltivato il 40% circa di tutta la produzione vitivinicola della regione. Sapete cosa significa? Che a possedere il restante 60% sono 4 province con un territorio e un numero di abitanti di gran lunga superiori ai nostri. Se avessimo lo spirito corsaro degli imprenditori del Nord o il senso del territoire dei francesi, potremmo fare un Pil da fare invidia solo producendo e vendendo vino. E va dato merito a chi in questi anni ha, spesso anche in solitudine, battuto questo sentiero con dedizione, passione e coraggio, mentre altri erano con la testa altrove. E Dio sa quanto abbiamo bisogno di visioni che non ci condannino a tirare a campare o, peggio, a tirare la cuoia.

Mentre il mondo cambia rapidamente e radicalmente, in una trasformazione continua che attraversa come lampi il nostro sguardo, le classi dirigenti (non solo politici, ma anche imprenditori e rappresentanti di organizzazioni di categoria) non sono più attrezzate ad affrontare la realtà perché sprovvisti di chiavi interpretative e visioni del mondo. Questo è vero ovunque, in Italia, ma anche in Paesi come gli Stati Uniti d’America. Eppure basterebbe avere la pazienza e l’intelligenza di organizzare una nuova cassetta degli attrezzi.

La candidatura di Sannio Falanghina a Città Europea del Vino ha dimostrato, invece, che c’è ancora una classe dirigente diffusa capace di avere una visione del proprio territorio. E questo è un dato incontrovertibile, oltre che rassicurante, che, però, arrivati a questo punto, occorre coltivare con umiltà, con ambizione, con generosità ma anche con severità e rigore. E soprattutto quello che serve ora è la condivisione, la squadra, una rete di energie (possibilmente le migliori) e lo spegnimento del fuoco dell’individualismo. Un progetto di sviluppo territoriale perché arrivi lontano nel tempo e nello spazio, affinché metta radici e diventi stabile, affinché si trasformi in futuro per le generazioni che verranno, è necessario che sia partecipato, compreso, aperto.

Pensiamo a Matera. E’ sbagliato paragonare Matera Capitale della Cultura a Sannio Falanghina Città europea del Vino, sbagliato, pretestuoso e politicamente scorretto.  La capitale europea della cultura è designata dall’Unione europea, ergo da un’istituzione; il riconoscimento di Città europea del vino arriva, altresì, da Recevin che ha il sostegno delle Associazioni Nazionali delle Città del Vino di undici Paesi europei: l’Italia, la Germania, la Serbia, il Portogallo, la Francia, l’Austria, l’Ungheria, la Grecia, la Slovenia, la Spagna e la Bulgaria.

Per il fitto programma culturale di Matera sono stati approntati 48 milioni di euro, provenienti da fondi regionali (11 milioni), nazionali (30) e privati (7 milioni di euro).

Tuttavia Matera ci serve per dire un’altra cosa. Cosa sarebbe stato oggi dei Sassi se Togliatti non avesse gridato alla vergogna nazionale e se De Gasperi non avesse preso la decisione di un intervento risolutivo per Matera? Se i due leader politici non avessero letto quello che aveva scritto Carlo Levi? Se ciascuno si fosse arroccato sulle proprie posizioni? Se non ci fosse stato Cristo s’è fermato ad Eboli, se Togliatti non fosse andato in quei luoghi a vedere, se De Gasperi non avesse avuto la visione d’insieme, Matera Capitale europea della Cultura, prima città meridionale insignita del riconoscimento, non ci sarebbe stata. Ovviamente lungi dal fare paragoni azzardati e fuori contesto, quello che vogliamo dire è che Sannio Falanghina è una strada che qualcuno (ovviamente più d’uno) ha tracciato, ma su quella strada devono muoversi in sintonia e con passo sincronico politici, amministratori, imprenditori vitivinicoli, agricoli  e no, organizzazioni di categoria, Università, intellettuali, opinion leader, giornalisti di questo territorio. Bisogna tirare fuori il territoire non i coglioni, il senso di appartenenza non l’ego onnivoro e proteggere la migliore visione che ci sia stata consegnata negli ultimi 10 anni.

Sannio Falanghina per ora può contare su 1 milione di euro della Regione Campania e sulle risicate risorse proprie dei Comuni. Nel bailamme di dichiarazioni di guerra, di annunci mancati, di andirivieni per poi restare fermi, mentre si inciampava nelle organizzazioni di eventi e gli stessi attori di un ambizioso progetto di sviluppo stavano con i coltelli tra i denti, il consigliere regionale Mino Mortaruolo ha lavorato in silenzio e con sobrietà per assicurare un apporto finanziario di tutto rispetto che possa far decollare Sannio Falanghina. 

E’ l’inizio di un cammino. Se finora Sannio Falanghina è sembrata un’occasione  mancata non è soltanto per la mancata disponibilità di risorse finanziarie, ma è per quel deficit di comunicazione che purtroppo continua ad essere sottovalutato.

La litigiosità manifesta, il conflitto ostentato con gli opinion leader di questa provincia, le manie di protagonismo a discapito del gioco di squadra, i parossismi di rivolta e di odio (e ci perdoni Montale per la citazione), alimentati anziché sedati, hanno contribuito a diffondere l’idea che Sannio Falanghina Città europea del vino sia un mezzo flop annunciato.

Sul Sole 24 di qualche mese fa, Carmine Garzia, coordinatore scientifico dell’Osservatorio  sulle prestazioni delle aziende italiane del settore agroalimentare  e professore di Management dell’Università di Pollenzo, spiegava che in fatto di vino la differenza tra Francia e Italia non la fanno i quantitativi prodotti “quanto piuttosto la capacità di vendere“. “L’Italia – sottolineava il docente di Management – insiste molto sulla quantità, la Francia lavora su una classificazione molto più rigorosa del prodotto di qualità. Il nostro prodotto, sui mercati internazionali, si presenta spesso in modo disomogeneo. E ciò costituisce un gap di competitività”.

L’altro punto a nostro sfavore sono i prezzi: nel 2018 abbiamo venduto più vino della Francia, ma con un fatturato inferiore. Perché? Perché il sistema Italia del vino ha grandi solisti, spiega sempre Il Sole 24 Ore, ma fa «poco gioco di squadra» rispetto alla Francia. “Per dirne una – spiegava Garzia – il prezzo, nel caso della vendita oltre confini dei nostri vini, lo fanno fanno gli importatori. Nel caso della Francia, sono gli stessi consorzi dei produttori a stabilire il prezzo”.

Insomma, è sempre la filiera il nostro problema. E se questo è vero sul piano nazionale, è ancor più vero dalle nostre parti, dove i solisti sacrificano l’interesse pubblico sull’altare dell’interesse privato (spesso di piccolo cabotaggio).

Sannio Falanghina ha in sé i germi per assurgere a best practice, mentre per ora resta inchiodato alla categoria di casus belli.

Noi che, però, siamo degli intramontabili ed ostinati ottimisti (fino alla prova contraria) continuiamo a sperare che sia invece solo un flop di mezza estate con tutti i mesi a venire davanti per un cambio di passo.

Giacché siamo convinti della grandeur della visione. 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

2 pensieri riguardo “Sannio Falanghina, flop di mezz’estate o grandeur di una visione?

  • Avatar
    10/06/2019 in 10:05
    Permalink

    Buongiorno
    Mi permetto di fare un piccolo commento su questo splendido, quanto mai veritiero, articolo. Mi piace: “Se avessimo lo spirito corsaro degli imprenditori del Nord o il senso del territoire dei francesi”. Io che ho lavorato per alcuni anni nella capitale francese 30 anni fa, ho potuto capire e apprezzare il lo nazionalismo ed appartenenza al “territoire” come dice l’autrice di questo articolo. Basti soltanto pensare che i vini vengono lavorati ed imbottigliati assolutamente nei territori di produzione delle uve. Ma loro hanno fatto la Rivoluzione.
    Elio Franco

    Risposta
    • Redazione
      10/06/2019 in 12:36
      Permalink

      Grazie Elio,
      per il suo contributo, sul quale mi trovo completamente in sintonia.
      Saluti
      Teresa Ferragamo

      Risposta

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