Sito compostaggio, indaga l’Antimafia di Salerno

Dopo il vertice in Prefettura con tanto di fumata nera, arriva da Salerno la notizia che sull’impianto di compostaggio a Sassinoro ora sta indagando perfino la Procura Antimafia. Ieri sanniopage, allargava la lente di ingrandimento sulla proprietà della New vision, la società con sede a Scafati, il comune sciolto nel 2017 per infiltrazioni camorristiche di cui fu assessore Diego Chirico, legale della New vision e figlio della proprietaria Rosaria Longobardi (amministratrice unica della società), scafatese doc di nota famiglia di imprenditori.

Come riporta la testata giornalistica puntoagronews (leggi qui: https://www.puntoagronews.it/in-evidenza/item/63560-impianto-di-compostaggio-a-sassinoro-imprenditori-di-scafati-sotto-accusa-indaga-anche-l-antimafia.html ): “La Procura Antimafia di Salerno accende i riflettori sull’impianto di compostaggio che sta per sorgere nel parco regionale del Matese, in provincia di Benevento: si scrive Sassinoro ma si legge Scafati e Pompei. Sono scafatesi trapiantati a Pompei gli imprenditori che stanno costruendo la reggia del compost a Sassinoro, nell’area Pip di una città che conta poco più di 600 abitanti. Un mega impianto di compostaggio, al confine con il Molise, in pieno parco regionale del Matese, a pochissimi metri dal fiume Tammaro e dalla diga di Campolattaro: nemmeno l’amministrazione comunale del territorio poteva immaginare che l’autorizzazione concessa per il compostaggio intercomunale rilasciato a condizioni diverse, potesse diventare l’incubo di un popolo e di un polmone verde come quello in località Pianelle. Il pm Vincenzo Montemurro, titolare dell’inchiesta Sarastra che ha portato allo scioglimento del Comune di Scafati per camorra sta continuando ad indagare su quel filo sottile che lega il mondo imprenditoriale dalla Provincia di Salerno e di Napoli con esponenti politici della Regione Campania di Pd e Forza Italia, gruppo Cesaro.

Intanto dalla Procura di Salerno l’inchiesta si allarga: nel gioco di nomi, cose e città, si è arrivati fino a Sassinoro. I nomi sono quelli della società New Vision Srl che ha avuto l’autorizzazione regionale per realizzare l’impianto, nonostante il parere contrario di comuni del comprensorio, Provincia di Benevento e comunità Montana”.

Sindaci, amministratori e comitati civici che da mesi protestano per quell’ impianto che, da struttura intercomunale da 9 tonnellate, si era trasformato, sotto i loro occhi, in un mega impianto da 22 mila, avevano già sollevato dubbi sui proprietari della società scafatese. 

I riflettori della Procura si accendono su Rosaria Longobardi (amministratrice unica della società), scafatese di nota famiglia di imprenditori, ex delegata nazionale del Pd a Pompei, suo marito Michele Genovese, neurochirurgo ex candidato sindaco in quota Pdl a Pompei, sua sorella Carmela Longobardi e la nipote, Maddalena Sessa, poco più che 30enne. Ma nel mirino dell’antimafia finisce anche il figlio, Diego Chirico, ex assessore della Giunta di Scafati sciolta per camorra dal Ministero degli Interni nel 2017, il sindaco finì in carcere ed è attualmente ai domiciliari per voto di scambio politico mafioso. 

Quella dell’impianto rifiuti di Sassinoro è una strana storia di autorizzazioni: la Regione Campania dice prima  sì alla realizzazione e gestione di un impianto intercomunale da 9 tonnellate di messa in riserva, trattamento e recupero rifiuti per la produzione di compost.

Nel 2017 quell’area viene riconosciuta dal Ministero dell’ambiente Parco nazionale del Matese. I comuni rinunciano all’impianto, ma la new vision raddoppia: ’impianto viene autorizzato dalla Regione nonostante  una capacità di trattamento pari 22.000 tonnellate annue di FORSU (Frazione Organica Rifiuti Solidi Urbani).

Ed è anche sui rapporto con la Regione che indaga la Procura di Salerno.

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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