Sul business sui migranti meglio giustizialisti che garantisti pro domo sua

Qualche anno fa, un brillante editoriale  di Marco Travaglio titolava “Garantismo e gargarismo”. 

Mi è tornato in mente, prepotentemente, in questi giorni, quell’editoriale, a proposito di Paolo Di Donato, il dominus del Consorzio Maleventum, che gestiva l’accoglienza dei migranti nel Sannio. Un’inchiesta giudiziaria si è abbattuta un mese fa come ciclone sul business dell’emergenza. Ci sono stati arresti: ai domiciliari sono finiti, tra gli altri, Di Donato, ma anche un funzionario della Prefettura, Felice Panzone, un dipendente della Procura, Giuseppe Pavone, e un carabiniere infedele, Salvatore Ruta. Tra questi, in particolare, è emersa una rete di relazione tale da consentire ai centri di accoglienza di sfuggire ai controlli, pure dovuti, necessari e sacrosanti, quando ci sono soldi pubblici in ballo. 

Che chiunque – nessuno escluso -, indagato o rinviato a giudizio, abbia diritto di difendersi è fuori dubbio. Su questo il garantismo è sostanziale e, si spera, non risparmi nessuno. Garantisti, su questo principio, lo siamo tutti: tutti. Senza che neppure ci sia bisogno di ribadirlo o ricordalo a chicchessia. 

Il fatto è che spesso il garantismo diventa “un vuoto gargarismo”. Ci si sciacqua la bocca con belle parole ammirando la propria immagine nello specchio, mentre quello che accade intorno si dissolve.

Sulla gestione del business migranti,  in questi anni, ci si è interrogati poco, si sono interrogati in pochi. Intanto, in poco tempo, nel Sannio, sono stati catapultati milioni e milioni di euro. Nel 2013, ai centri di accoglienza erano destinati poco più di 5 mila euro, che salgono a 1 milione e 294 mila nel 2014,  a 4 milioni e 979 mila nel 2015, mentre svettano a 6 milioni e 201 mila nel 2016. Di Donato, intercettato dagli inquirenti, al telefono, si vanta di guadagnare tra i 50 e i 60 mila euro al mese. L’emergenza in Italia è come il terremoto, un tempo infinito e un campo per avvoltoi. Su 1.165 stranieri extracomunitari e richiedenti  asilo internazionale, 777 vengono ospitati nei centri del Consorzio Maleventum. Per ciascuno, il costo è di 32,50 euro, di cui solo 2 euro e 50 centesimi al giorno vengono consegnati all’ospite della struttura. 

Durante le indagini, gli inquirenti incrociano i dati delle forze dell’ordine di tutta Italia e scoprono che alcuni ospiti dei centri erano stati fermati in altre città, mentre sui registri delle presenze  risultavano le loro firme. Intanto, i titolari dei centri intascavano la quota assegnata per ciascun migrante, pocket money compreso. 

Si configura così una truffa allo Stato e un business milionario. Una macchina che però aveva bisogno di uomini chiave nei posti giusti. 

Di Donato telefona, telefona;  più spesso il funzionario prefettizio Felice Panzone, uomo chiave in Prefettura, quello che lo avverte di “passare la cera” perché nei centri arriva l’Onu a fare i controlli. Foraggia tutti, tra questi il carabiniere che ha il figlio nei Nas e a cui mette a disposizione un appartamento per il tempo “libero”. Corrompe perfino  un dipendente della Procura che gli dà notizia sulle indagini a suo carico. Epperò Di Donato è per alcuni un benefattore, che ha evitato le tendopoli o peggio l’invasione molesta di centinaia di migranti vaganti o distesi sui marciapiedi. Un rischio che, in realtà,  questo Paese non ha mai veramente corso. 

Pazienza, dunque, se gli inquirenti sostengono che Ouechtati, come amministratore unico di Maleventum fino a febbraio 2018, e Di Donato, come gestore di fatto del Consorzio Maleventum,  non assicuravano i servizi minimi essenziali agli ospiti delle strutture Damasco, tenute in fatiscenti condizioni igienico-sanitarie.

Che importa, a quelli che si sciacquano la bocca con il garantismo, se nel Centro Damasco 9 di Ponte delle Tavole gli immigrati “erano sforniti di indumenti puliti e, quindi,  presentavano evidenti vesciche sintomi di gravi infezioni cutanee. O se veniva loro fornito cibo di scarsissima quantità e qualità e latte diluito con acqua e non  veniva erogata aria riscaldata d’inverno”.

Forse, da garantisti dovremmo pensare che quel buon uomo del Di Donato non sapesse che nella struttura Damasco 12, a Madonna della Salute, non veniva erogata acqua potabile ed era invece attinta da un pozzo in cui defluiva anche l’acqua piovana. Tutto è possibile, certo. Anche che un ladro di polli in Italia venga condannato e sconti in cella almeno 256 giorni. Nel qual caso nessuno di quelli che “fanno i gargarismi con il garantismo” si scorge all’orizzonte. 

Poi ci sono i reduci della sinistra sinistrata, che fiutano l’affare dell’anti-salvinismo e ci si aggrappano, come a una scialuppa di salvataggio, nella speranza che ci sia ancora per loro un mare da navigare. E chi se ne frega se l’uomo tenuto alla sorveglianza notturna di uno dei centri d’accoglienza di Di Donato, segnalato allo stesso da un politico, ha sottoscritto un contratto da 1300 euro al mese per 40 ore settimanali, ma lavora per  80 ore e guadagna 1000 euro, non ha un posto dove svolgere le proprie mansioni ed è costretto a utilizzare la sua auto per riposare o riscaldarsi nelle notti buie e tempestose. In fondo, nell’eterna guerra tra poveri non c’è un povero più povero che soccombe, soccombono tutti. Ma c’è forse una sinistra che non lo sa e che è disposta a mandare in soffitta perfino la “questione morale” (come ha scritto un esponente di Mdp-art.1 Sannio su Facebook) pur di fare i gargarismi col garantismo. E non hanno capito che l’anti-salvinismo li porterà laddove la sinistra è già stata  all’epoca dell’anti-berlusconismo.

In questi giorni, viene davvero voglia di essere definiti giustizialisti, se il garantismo è quello cicero pro domo sua, quello di chi vuole negare a tutti i costi o, costi quel che costi, il principio di responsabilità. Se giustizialista vuol dire sostenere che il sistema di accoglienza alla Di Donato era intriso di storture, che affondava le radici in un sistema di corruzione diffuso che ha coinvolto vari livelli istituzionali e pezzi dello Stato, assecondandolo e alimentandolo, ebbene, siamo giustizialisti. Embè?

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