Tracollo Pd, De Caro imbalsama il partito ma sfida De Luca: “Pronti a rovesciare il tavolo”

“Non commento i numeri, solo ad osservarli mi assale un senso di vertigine”, Umberto Del Basso De Caro, sottosegretario uscente degli ultimi Governi Renzi e Gentiloni, leader incontrastato del Pd sannita, quel 15 per cento racimolato nella provincia di Benevento lo avrà passato al setaccio, nel chiuso del suo studio a Piazza Guerrazzi. 

“Sono un uomo di partito, prima che delle istituzioni”, ama dire di sé. E infatti pochi come lui conoscono dinamiche, parabole ascendenti e discendenti di un partito. De Caro, nell’ assemblea provinciale convocata per una prima analisi  della catastrofe elettorale, accenna alle ragioni di una sconfitta storica, ma traccia anche e soprattutto un cammino.

Nessuna testa da far cadere (“A Valentino e  De Lorenzo chiedo di restare ai loro posti”), qualche tiratina d’orecchie (“Anche se siamo stati travolti da una slavina, è vero che c’è stato il disimpegno di molti a Benevento, e di sindaci in alcuni Comuni”), l’ammonimento a governare meglio laddove si amministra e a mettere in campo un’opposizione “ragionata e di merito” dove si è minoranza (leggi Benevento), ma poi quello che conta è la prospettiva che ha davanti il Pd, “un nuovo protagonismo politico” che trascini il partito fuori dalle sabbie mobili in cui è finito.  

De Caro sa che peggio di come è andata non poteva andare: il Pd qui è precipitato, è cinque punti sotto il dato nazionale, ma si aggrappa a quel che resta dopo il terremoto, perché l’istinto di sopravvivenza e di conservazione è prepotente: “Dobbiamo rivendicare che il nostro è il miglior risultato in Campania e in tutto il Sud”. 

A mancare è però la fotografia del voto; l’obiettivo resta puntato sul pubblico pagante, sui vassalli e valvassini  Che si chiudono per quattro ore al Dg Garden, anziché su chi sta fuori nelle periferie sociali,  sul palco, sul quale si avvicendano  capetti e capicorrente, anziché  sulla realtà. E restano  sullo sfondo, lontani,  gli elettori, incompresi e irrisolti.

“Non ha tirato il brand – spiega ai suoi De Caro -, per ragioni che ormai è perfino inutile analizzare. Al Nord hanno tenuto banco due questioni, la politica fiscale e l’immigrazione, temi sui quali la Lega è stata più convincente; al Sud invece, dove il M5S ha raccolto consensi che neanche Alcide De Gasperi, è imploso il ceto medio”.

Il risultato dei grillini a Benevento città viene liquidato così: “C’è stato poco da fare, ognuno di noi ha avuto un elettore del M5S in famiglia”. 

E poi a perdere non è stato solo il Pd, che per De Caro deve stare all’opposizione, ma a crollare sono stati  anche Forza Italia e Liberi e Uguali.

“Il progetto autonomista di Liberi e Uguali – dice – è fallito, se la campagna elettorale fosse durata altri due giorni non avrebbero neppure raggiunto il 3 per cento. Vuol dire che nella società non c’è più spazio per questa sinistra. Infatti, torneranno tutti con noi”. 

Mentre i forgotten men d’Italia si prendono la scena per provare a diventarne protagonisti, De Caro blinda il partito così com’è. Nessuno si muova dai suoi posti, che tutto resti immobile e immutato, imbalsamato fino alla mummificazione, anche se intorno tutto cambia, si muove, si sposta, anche se la casa brucia.

È il retaggio di una cultura politica che al Sud ha sempre prevalso, quella che tende a lasciare le cose così come sono perché tanto i meridionali i forconi li agitano per un po” (lo fecero già nel 2011) ma poi, quando il gioco si fa duro, li depongono in cantina. E pazienza se questa volta proprio il Sud ha messo  alla porta un’intera classe politica, cacicchi locali che rispondono alle camarille piuttosto che allo Stato. Ma De Caro lo sa bene, ecco perché chiama tutti alla resistenza “tranquilla”: “Non lasciamoci prendere dall’amarezza, apriamo il partito, affrontando il mare aperto senza paure, ci sono interi spazi da conquistare”. 

E  se non ci sono più gli elettori, c’è sempre il partito da scalare. Il cesarismo decariano  è incontinente come gli sfinteri quando ti mollano, e così mentre la tempesta imperversa De Caro alza il tiro e annuncia  l’assalto della Regione: “Non avrei mai candidato mio figlio al Parlamento – tuona -. È stato un errore. Ora però basta con questa Regione che non ascolta i territori, rispetto al governo Caldoro noto un’involuzione e avverto che noi siamo anche pronti a rovesciare  il  tavolo se fosse opportuno”. La guerra al massacro tra ras locali è appena cominciata, una resa dei conti che De Caro, stavolta, può portare a termine senza distrazioni di governo, ora che l’elettore ha preso un’altra direzione ed è finito nelle mani delle “forze sovraniste”.

E così avverte tutti, nessuno escluso: “Al congresso regionale saremo in campo direttamente, non so se personalmente, ma non lo escludo”. 

La “cupiditas dominandi” di De Caro è in fondo l’elemento che tiene unita la ditta,  anche quando si rivela suicida. E infatti è l’unico passaggio dell’intervento che è salutato con un liberatorio applauso, clap, clap.

 

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo

Teresa Ferragamo, giornalista per vocazione, addetto stampa con il pallino della comunicazione prima di tutto. Dopo aver scritto per varie testate giornalistiche, ha fondato sanniopage.com, per dimostrare che un altro giornalismo è possibile

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