Zingaretti a Benevento: “Usciamo dai circoli, torniamo nelle periferie, parliamo ai giovani”

“Usciamo dai nostri circoli, andiamo nelle piazze, nei luoghi di lavoro, tra chi non ci ha votato, per capire dove abbiamo sbagliato, che cosa è accaduto e cosa dobbiamo cambiare. Ricostruiamo una comunità. Costruiamo un’alternativa con un nuovo gruppo dirigente. Avendo al centro del programma “crescita e giustizia sociale”.

La mia proposta per l’Italia si chiama “Prima le persone”. Con queste parole impegnative ed ambiziose, Nicola Zingaretti, ha illustrato a Benevento, in un affollato  President Hotel, il senso della sua candidatura a segretario del Pd per le primarie del prossimo 3 marzo.

La presenza del governatore del Lazio ha chiamato a raccolta gran parte del variegato mondo della sinistra sannita, dell’associazionismo, dell’ambientalismo, del mondo cattolico, del sindacato, da Carmine Nardone a Rossano Insogna, da Amerigo Ciervo a Donato Sebastiano, da Mena Laudato ad Italo Palumbo, da Giovanni Zarro a Giulia Abbate, da Egidio Cavalluzzo a Rita Marinaro, da Filiberto Parente a Camillo Campolongo, da Titti Covino a Nunzio Aquino, da Giuseppe Lamparelli e Massimiliano Bencardino, da Gianfranco D’Agostino a Fernando Goglia, nonché diversi esponenti di “Liberi e Uguali”.

Per il Partito Democratico gli onori di casa sono stati fatti dal consigliere comunale Raffaele Del Vecchio, da Fabrizio D’Orta e Giuseppe Addabbo, rispettivamente sindaci di Sant’Angelo a Cupolo e Molinara, da Adele De Mercurio, della direzione regionale, e da Antonio Iavarone,  segretario provinciale dei Giovani Dem. Da Napoli è venuto Nicola Oddati. “Il nostro obiettivo –ha detto Del Vecchio- è quello di ridefinire un’identità su una linea politica chiara, partendo dal contrasto alle povertà, allo spopolamento  e all’emigrazione giovanile”. Un concetto ripreso da D’Orta, che ha ricordando il brutale omicidio del giovane ucraino a Bagnara ed ha evidenziato che nel mese di novembre scorso dal suo paese sono andate via ben “20 unità”.

 

La serrata analisi di Zingaretti è partita dalle sconfitte e dall’incapacità del suo  partito a rialzarsi subito, dalle risposte strampalate di chi proponeva addirittura lo scioglimento e di chi sperava in un ripensamento degli elettori, aspettando  la caduta del governo e quindi di vedere passare il suo “cadavere”, seduti sulla sponda del fiume. “Se non cambiamo e creiamo un’alternativa credibile -ha sottolineato con forza- gli elettori non torneranno da noi. Non voglio fare il governo con i Cinque Stelle, ma abbiamo il dovere etico e morale di capire perché milioni di italiani non ci votano più e quindi di andare a riconquistarli”.

Il governatore del Lazio ha evidenziato che  l’ultimo decennio è stato segnato da un “incredibile e drammatico aumento delle disuguaglianze”. “Quando la politica non risolve i problemi -ha precisato- arriva l’antipolitica, che non li risolve, ma li rappresenta, li utilizza come un manganello. Il disagio crea paura e rabbia, che può sfociare anche nella richiesta dell’uomo forte”. Questa mutazione sociale, del resto, si è riflessa nella perdita del consenso del Pd che passa dai 12 milioni e mezzo di voti del 2008 ai 6 milioni e 300 mila del 2018 i 6 milioni .Un  autentico sradicamento.

Accanto al partito-comunità, al protagonismo delle persone e dei territori, all’economia giusta, per Zingaretti c’è anche una battaglia da combattere dentro le reti e nel web. “Dobbiamo tornare nelle periferie delle città- ha proposto- ma dobbiamo anche sapere che i giovani che vivono lì, passano  gran parte della giornata ad ascoltare musica, comprare libri,  ad orientarsi dentro una dimensione che noi non conosciamo e se lì non c’è un pensiero progressista, democratico, quello sarà solo il luogo dell’odio”.

Le ultime stoccate sono per il governo giallo verde. “Le prime vittime di questa stagione sono i giovani -ha concluso- perché il paese non investe in ricerca, scuola, università, formazione. Quale futuro può dare il reddito di cittadinanza? E’ un imbroglio, un modello insostenibile, perché, se non c’è crescita e aumenta il debito, le risorse non ci saranno mai. Chi lo dice agli italiani? Vogliamo aspettare un altro movimento di protesta? Voltiamo pagina. Chiamiamo l’Italia che non ci sta a organizzarsi per combattere”.

Antonio Esposito

Antonio Esposito

Docente di lettere con la passione per il giornalismo. Cominciò nel 1982 come corrispondente de "l'Unità". Ha continuato, per oltre vent'anni, con "La Voce della Campania", mensile regionale d'inchiesta.

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